Vita Cristiana vescovo La Placa omelia San Giovanni

Pubblicato il 29 Settembre 2022 | di Giuseppe La Placa, Vescovo

“Dobbiamo avere il coraggio della testimonianza come il Battista”

Finalmente, dopo due anni, riprenderemo anche a portare San Giovanni in processione per le vie della nostra città, pregare per lui e con lui. Cammineremo insieme come popolo di Dio per imparare a camminare insieme anche nella vita. La vita stessa, infatti, è un cammino, un pellegrinaggio a volte bello, altre volte difficile in cui però non siamo mai soli, perché il Pastore bello e buono delle nostre anime è con noi, ci guida e ci sostiene.

E in questo nostro camminare insieme nella vita, ci è compagno di viaggio anche il nostro caro Patrono, il più grande uomo mai vissuto, secondo quanto Gesù stesso ha detto di lui (Cfr. Gv 11,11). E tuttavia, se nessun uomo è stato più grande di Giovanni, «il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui» (Mt 11, 11), perché ogni discepolo del Signore, e quindi anche ognuno di noi, è chiamato ad essere, come Giovanni, “voce” che annuncia e vive la nuova realtà del Regno di Dio compiutosi in Cristo. (…) È quello che oggi, insieme, vogliamo chiedere al Signore invocando l’intercessione del nostro Santo Patrono Giovanni Battista. Ancora oggi, infatti, ci impressiona e ci colpisce la coerenza tra la sua fede e la sua vita: un esempio e un monito per tutti noi, chiamati ad essere testimoni credibili di Cristo nella vita degli uomini.

 

La fede cristiana, infatti, non è un riflusso nel nostro privato o nelle nostre zone di conforto; essa deve, invece, irradiarsi, essere visibile e coinvolgente. Essere cristiani vuol dire, infatti, venire allo scoperto, impegnarsi nella vita sociale, culturale, civile, dare il proprio contributo, ciascuno nel suo ordine e secondo le proprie responsabilità, per edificare la città di Dio e la città degli uomini, per animare cristianamente la società, senza paure, senza ipocrisia, ma con il coraggio e la forza che vengono dallo Spirito Santo: il cristiano si riconosce non dalle parole che dice, ma dalle opere che compie.

 

Oggi viviamo un tempo segnato da non poche contraddizioni. (…) È in questo particolare contesto, carissimi fratelli e sorelle, che siamo chiamati a rendere visibile e a testimoniare con fierezza la nostra fede e la nostra differenza cristiana; e lo dobbiamo fare non solo quando siamo in chiesa o durante le processioni in onore dei nostri Santi patroni, ma nella quotidianità della nostra vita, negli ambienti di lavoro, a scuola, nei rapporti sociali e nella politica, non per sbandierare la nostra fede come un’etichetta per schierarci o un emblema per ottenere consenso, ma per testimoniare la vita «buona» del Vangelo, per indicare una via alternativa all’andazzo comune e alla cultura dominante. Tutto questo con la forza e il coraggio della verità. Proprio come Giovanni Battista, che non ha avuto paura di dire ad Erode la verità scomoda della sua vita contraddittoria, ricordandogli pubblicamente che non gli è lecito tenere con sé la moglie di suo fratello.

Giovanni, certo, poteva tergiversare, poteva venire a compromesso, far finta di non sapere; poteva uscirsene con frasi ambigue che potessero prestarsi a interpretazioni accomodanti. In tal modo avrebbe forse salvato la sua vita, ma avrebbe certamente tradito la sua coscienza. Qualcuno, oggi, potrebbe considerarlo esagerato e intransigente, integralista e addirittura intollerante e illiberale. Ma lui è rimasto ancorato alla verità, servitore della verità e non di se stesso.

Cedere ai compromessi sul piano della fede significa tradire il Vangelo, sminuirne le sue esigenti implicazioni, significa presentare un Dio che non ha ricadute concrete sulla vita: «La radice del disorientamento attuale – scriveva Sant’Agostino – non sta tanto nella forza dell’errore, quanto nella debolezza di quelli che dovrebbero testimoniare la verità».

 

La fede comporta sempre scelte evangeliche radicali che ci differenziano e a volte ci separano da coloro che vivono e pensano diversamente, i quali possono rimanere indifferenti, ma possono anche diventarci ostili. (…). Annunciare la Parola di Dio, che è intrisa di verità, ci espone spesso a critiche, mormorazioni, derisione, indifferenza. Dobbiamo avere il coraggio della testimonianza. Se non ci è mai capitato di sentirci a disagio o in imbarazzo, perché la nostra parola, il nostro giudizio e le nostre scelte andavano controcorrente, dobbiamo, infatti, seriamente sospettare che la nostra fede sia davvero significativa e incisiva: «Una Chiesa che si limitasse a ripetere parole di saggezza, a dare consigli di buon comportamento sociale, magari adeguandosi, in certi campi, a un linguaggio generico e “inclusivo”, o facendo semplicemente eco a raccomandazioni dello Stato e dell’OMS, forse troverà ascolto, almeno all’apparenza, ma alla fine si confonderà con altre agenzie di pensiero e di costume, e perderà la sua forza attrattiva e la sua capacità di essere una “minoranza creativa”» (Corrado Sanguineti, Editoriale del Ticino, 9/12/2021).

La fede che professiamo, invece, deve costituire un principio irrinunciabile di discernimento in ordine al vero, al bene, al giusto e al bello, valori che non possono mai coesistere con la menzogna, il male, la prevaricazione, con tutto ciò che si oppone a Dio e alla nostra coscienza. Questo richiede una fede adulta, convinta e convincente, profondamente radicata nell’amicizia con Cristo: «È quest’amicizia che ci apre a tutto ciò che è buono e ci dona il criterio per discernere tra vero e falso, tra inganno e verità» (Benedetto XVI, Messa pro eligendo Romano Pontefice, 2005).

 

Aiutati e incoraggiati dall’esempio del nostro caro San Giovanni, dobbiamo ritrovare il coraggio della testimonianza come atto d’amore per il mondo in cui viviamo e per gli uomini e le donne che lo abitano. (…) Il cristiano deve avere il coraggio di dire che certe cose sono sbagliate e che fanno male ai singoli e alla società; che certe cose sembrano liberare l’uomo mentre in realtà gli vanno contro; deve avere il coraggio di dire che non basta desiderare qualcosa perché questa sia buona, e non basta che qualcosa sia legittimata dalla maggioranza perché sia considerata buona sotto il profilo della moralità. La bontà morale non dipende da chi o da quanti la decidono, ma dai valori in sé.

Dobbiamo avere il coraggio, carissimi fratelli e sorelle, di testimoniare apertamente e pubblicamente che, anche quei valori che, per sé sono naturali e appartengono alla verità dell’umano – come la vita, la famiglia, la persona – per noi cristiani hanno in Dio il loro fondamento vero e stabile e, per ciò stesso, non possono essere offuscati, oscurati, o addirittura calpestati. Non dire che il fondamento delle opere buone, della virtù, del dovere è Dio significa affidarsi al soggettivismo che crea una società disumana (…).

 

Ma questo può avvenire nella nostra vita solo se il nostro rapporto con Dio è solido, solo se, nella fedeltà quotidiana al Vangelo, lasciamo che Cristo cresca in noi e sia Lui ad orientare il nostro pensiero e le nostre azioni. Proprio come è stato per il nostro santo Patrono Giovanni Battista, che per difendere la verità ha dato la sua stessa vita, anticipando con il suo martirio la morte in croce del nostro Redentore, Cristo Gesù. (…)

 

Il Signore conceda anche a ciascuno di noi la forza di vivere e soprattutto testimoniare la nostra fede come il nostro Patrono Giovanni Battista, rafforzati ogni giorno dal suo esempio e ispirati dalla sua grandezza, per continuare ad aprire la strada a Cristo ed essere anche noi voce che annuncia e presenza che anticipa la sua venuta nel cuore di ogni uomo. E così sia.

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