Le otto grandi tele della Quaresima
Chiunque sia entrato, nei giorni della Quaresima o della Settimana Santa, in una delle monumentali chiese barocche della zona Iblea avrà certamente notato troneggiare nel presbiterio enormi tele monocrome con la raffigurazione di episodi della Passione di Cristo.
Questi maestosi dipinti dal grande effetto scenografico, che in dialetto vengono chiamate “Taledde”, costituiscono una testimonianza, di rilevante valore artistico, di una antica tradizione religiosa del periodo Quaresimale.
Anticamente, infatti, le tele venivano poste a coprire l’intera zona del Presbiterio per tutto il periodo della Quaresima e della Settimana Santa, dal Mercoledì delle Ceneri, fino al Sabato Santo mostrando ai fedeli la raffigurazione di episodi della Passione e morte del Cristo.
La mattina del Sabato Santo nel corso della solenne liturgia della Risurrezione del Signore, al canto dell’inno “Gloria in excelsis” la tela veniva lasciata cadere giù scoprendo l’immagine del Cristo Risorto, mentre si suonavano a festa l’organo e le campane della chiesa.
La superstizione popolare attribuiva anche un significato magico alla “caruta dilla tila”: se infatti la tela veniva giù dritta ripiegandosi su se stessa sarebbe stato un anno buono mentre se la tela cadeva in modo disordinato l’annata sarebbe stata cattiva.
Racconta il Pitrè che “la calata della tela” era la cerimonia che più attirava non già i fedeli ma i curiosi; della quale molti si giovavano per fare uno scherzo a qualche loro amico o conoscente. «Essendo essa una scena lungamente e ansiosamente aspettata (si sa bene che la funzione ecclesiastica del Sabato è la più lunga della Settimana Santa), qual capriccio più bizzarro di quello di turare gli occhi ad una persona che stia li tutt’orecchi a sentire gli ultimi canti e tutta occhi a vedere gli ultimi atti che precedono la Resurrezione? Vi sono giovani che se ne fanno un divertimento di questo giorno e da chiesa a chiesa corrono adocchiando uno della folla a cui preparare il brutto tiro: causa di colluttazione e di baruffe qualche volta».
Tutto questo disturbava notevolmente lo spirito religioso della celebrazione pasquale per cui nel 1922, l’arcivescovo di Siracusa monsignor Giacomo Carabelli scrisse a tutti i parroci deplorando che «in questi ultimi anni, in più luoghi della diocesi in certe solennità, come il Sabato Santo ci siano persone che vengano in chiesa per fare chiasso e disturbare i fedeli, specialmente quando alla sacra funzione si aggiunge dell’apparato scenico che un tempo poteva forse essere un mezzo per commuovere maggiormente i cuori ben disposti, ma che ora, con i tempi mutati, è divenuto invece un’occasione di profanazione per la casa di Dio. Per ovviare a tali inconvenienti, vietiamo in modo assoluto di adoperare i teloni che coprono l’altare maggiore e si fanno cadere fragorosamente al gloria della messa del Sabato Santo».
In ossequio alla disposizione dell’arcivescovo, dopo qualche immancabile polemica e rimostranza, i grandi teloni non vennero appesi più, furono riposti nelle sacrestie e nei depositi parrocchiali e destinati, in alcuni casi, ad essere rosicchiati dai topi, corrosi dall’umidità o riutilizzati nei modi più diversi come avvenne nella Chiesa Madre di Comiso dove la tela venne fatta a pezzi e posta a rinforzare i dipinti del soffitto o nella Chiesa Madre di Giarratana dove venne tagliata ed utilizzata per oscurare le finestre della chiesa.
In tempi recenti, fugato ormai qualsiasi pericolo di spettacoli indecorosi durante le sacre funzioni, le tele superstiti sono state recuperate, in alcuni casi sottoposte ad un accurato restauro e riappese durante il periodo della Quaresima
Nelle chiese dei centri della Diocesi di Ragusa, ne esistono ancora otto. A Ragusa: nella Cattedrale di San Giovanni Battista, opera di un ignoto pittore siciliano della seconda metà del XVIII secolo e nella Chiesa madre di San Giorgio, opera dei Fratelli Giuseppe e Francesco Vaccaro di Caltagirone che la realizzarono nel 1842. A Giarratana, nelle chiese di San Bartolomeo e Sant’Antonio, entrambe dipinte dal pittore sacerdote Gaetano Distefano da Chiaramonte nel terzo quarto del XIX secolo. A Chiaramonte Gulfi, nella chiesa di S. Maria la Nova, anch’essa probabile opera del Distefano. A Monterosso Almo, nella chiesa di San Giovanni Battista, opera di ignoto pittore siciliano della seconda metà del XIX secolo. A Comiso, nella chiesa dell’Annunziata, dipinta nel 1862 dal pittore Pietro Quintavalle e nella Chiesa di Santa Maria delle stelle realizzata recentemente dall’artista Saverio Ricordo, basandosi su un disegno dell’antica tela, dipinta nel 1876 dal pittore Giuseppe La Leta ed andata perduta. A Vittoria nella Chiesa Madre di San Giovanni, dipinta nel 1861 dal pittore vittoriese Giuseppe Mazzone in sostituzione di una precedente che risaliva al 1806. Di quella della Chiesa Madre di Giarratana, opera di Gaetano Distefano, che venne tagliata e riutilizzata, ne esistono ancora alcuni grandi frammenti, mentre di quelle che dovevano esserci in altre chiese ci resta solo il ricordo.
Giuseppe Antoci








