Vita Cristiana

Pubblicato il 27 Aprile 2025 | di Redazione

0

Ti trasmetto quello che ho ricevuto

S’intitola “Ti trasmetto quello che ho ricevuto” la quinta lettera pastorale del Vescovo di Ragusa, monsignor Giuseppe La Placa, ed è indirizzata ai sacerdoti. È stata diffusa oggi al termine della messa crismale nel corso della quale i presbiteri hanno rinnovato le loro promesse. Una lettera che giunge in un momento particolare Chiesa di Ragusa che vive un momento di profonda gioia, celebrando il suo Giubileo per i 75 anni dalla sua fondazione, che si intreccia con il Giubileo Ordinario della Speranza indetto dal Santo Padre Francesco per il 2025.

Il Vescovo si sofferma sull’identità del sacerdote e traccia alcune riflessioni sulla pastorale vocazionale e, in particolare, sul dono ricevuto che si fa testimonianza. «Il Papa ci insegna che la parola migliore da offrire sul sacerdozio – scrive monsignor La Placa scandendo le conclusioni – è quella che si fa testimonianza, una testimonianza che ciascuno di noi ha ricevuto da qualche figura sacerdotale, che ci ha guidato e indirizzato nella nostra scelta di vita. Vi invito caldamente a riflettere su questo, perché, nella nostra umiltà e senza alcun orgoglio, attraverso questa modalità noi stessi diventiamo testimoni per gli altri, e possiamo, a nostra volta, dire: “Ti trasmetto ciò che ho ricevuto”». Il dono del sacerdozio non è infatti «un regalo personale, ma un’offerta che è stata ricevuta e che, a sua volta, viene condivisa. Quel sacerdote che abbiamo ammirato per il suo esempio di vita, non è lui che ci ha dato il sacerdozio; piuttosto, esso è passato attraverso di lui, giungendo a noi nel modo migliore possibile».

E qui il Vescovo si sofferma sulla pastorale vocazionale, un aspetto del suo episcopato cui dedica grande attenzione. «Se accanto a ogni strategia, anche la più geniale, non vi fosse un modello di testimonianza, un esempio concreto da seguire, tutti gli sforzi rischierebbero di risultare vani. La miglior pastorale vocazionale che, come sacerdoti, possiamo offrire a chi desidera ascoltare più chiaramente la voce del Signore che chiama, è quella che emerge dalla nostra stessa vita. È evidente – aggiunge più avanti – che sono innanzitutto i presbiteri i primi testimoni della vocazione al sacerdozio. Questi ultimi, nella misura in cui sapranno offrire una testimonianza di spiritualità, slancio pastorale, gioia, amicizia e condivisione, riusciranno a trasmettere, più che con le parole, il fascino di una vita spesa totalmente per l’impegno apostolico. La gioia con cui ogni presbitero vive il proprio ministero favorirà l’attenzione a cogliere i segni di vocazione presenti nella vita dei giovani che incontra».

Molto intime le parole con le quali, a questo proposito, il Vescovo inserisce nel primo capitolo della sua lettera pastorale. «Credo che tutti noi – scrive riferendosi ai confratelli – abbiamo avuto almeno un modello sacerdotale a cui abbiamo guardato con ammirazione e devozione. Qualcuno che è stato per noi un ponte tra la nostra fragilità e la voce del Signore che ci chiamava, un tramite tra le nostre insicurezze e il fondamento della nostra vita in Dio. Questo sacerdote è proprio colui che ci ha trasmesso ciò che a sua volta aveva ricevuto, senza aggiungere niente di proprio, se non la cura con cui ha custodito un dono così grande. La sua dedizione è stata per noi un esempio, un dono, un punto di riferimento al quale abbiamo guardato e che, nonostante i mille impegni quotidiani e le “distrazioni” dei molti servizi, continuiamo a guardare con ammirazione».

Se la testimonianza da trasmettere è l’architrave della lettera pastorale, un’altra parole chiave è gioia. Gioia che «non si riduce a una semplice e spensierata allegria, ma tocca le profondità dell’essere, conferendo alla persona una caratteristica essenziale: un gaudio interiore che si traduce in libertà e distacco dalle cose, pur sapendole utilizzare con equilibrio. Si manifesta in un certo umorismo e in una fiducia costante nella speranza. Queste qualità, inevitabilmente, appartengono a chi, come il sacerdote, vive in un’intima e continua comunione con il Signore». Una gioia che deve rivestire il quotidiano servizio sacerdotale, perché «non siamo – sottolinea il Vescovo – né impiegati né padroni della fede altrui, ma semplicemente collaboratori, anzi, servitori della loro gioia nella fede. E possiamo esserlo davvero solo se noi stessi siamo animati da questa gioia. Così come tutti riconosceranno che siamo discepoli del Signore se viviamo il comandamento dell’amore, altrettanto evidente sarà la contraddizione di chi si definisce tale ma non ne testimonia la verità con la propria vita, vissuta nella gioia del quotidiano servizio sacerdotale».

Il sacerdozio è un dono da custodire e coltivare ma anche in qualche modo da trasmettere soprattutto a quei giovani che sentono di poter servire la Chiesa con la chiamata al presbiterato. L’amore per lo studio, la vita spirituale, la formazione permanente sono i tre canali privilegiati per ravvivare il dono della consacrazione.

 

Altra parola che scandisce il Vescovo è obbedienza. «Il comandamento lasciato da Cristo nell’Ultima Cena è, in un certo senso, una “richiesta di amicizia”, per usare un’espressione familiare al mondo dei social media. Ma un’amicizia che ha un prezzo: l’obbedienza. Solo chi è disposto a seguirlo veramente può essere suo discepolo. A questo comando dobbiamo rispondere con gioia e libertà, elementi che trascendono il nostro stesso ministero: è nella libertà e nella gioia che serviamo la Chiesa come discepoli inviati dal Signore».

Tags:


Autore

"Insieme" esce col n° 0 l'8 dicembre del 1984. Da allora la redazione è stata la "casa di formazione" per tanti giovani che hanno collaborato con passione ed impegno.



Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Torna Su ↑