Vita Cristiana

Pubblicato il 30 Dicembre 2025 | di Redazione

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Quando il presepe diventa racconto

Ci sono profumi che non abbandonano mai, anche quando il tempo si ostina a correre. Il mio primo presepe, quello che realizzai – ormai più di trent’anni fa – dentro una damigiana, su richiesta di mia madre, ancora oggi porta con sé l’odore del muschio raccolto nei pomeriggi d’inverno. Alle tre si usciva in campagna, come un rito. Si cercava il verde più morbido, la corteccia degli alberi appena potati, una pietra dalla forma particolare. Tornavamo a casa con quel bottino improvvisato, lo disponevamo ad asciugare e iniziava la magia.

La mia storia di presepista, lo capisco ora, non è nata da un giorno all’altro. È cresciuta piano, negli anni in cui guardavo lavorare don Carmelo, il falegname del paese. Lui non costruiva soltanto mobili: sapeva trasformare legno e scarti in piccoli mondi. Io e gli altri bambini aspettavamo che finisse una lavorazione per cercare tra i ritagli ciò che poteva diventare un tetto, un arco, un muretto. Da lui ho imparato l’arte di usare “’ a terra rummira”, quella terra scura che mescolava alla colla e allo stucco per dare vita, ombra e profondità alle superfici. Era un sapere antico, trasmesso con la naturalezza di un gesto.

Tuttavia, se dovessi indicare il luogo esatto in cui nasce un presepe non direi che una è bottega, bensì la famiglia. Ogni anno decidevamo dove sistemarlo, cosa conservare e cosa cambiare. C’era una sorta di attesa silenziosa, come se quel lavoro collettivo ci preparasse alle feste più di qualsiasi celebrazione. Il ricordo dei miei genitori, che oggi non ci sono più, torna a farsi sentire ogni qualvolta modello un rudere, o accendo un piccolo focolare: quei dettagli portano con sé la voce di allora, i gesti di allora.

Col tempo ho scoperto che un presepe non è un semplice oggetto da esporre. È un racconto. È la vita quotidiana che fu, fatta di odori, di sapori, di gesti lenti. A volte penso che fosse la nostra televisione di allora: una finestra sulla semplicità, su ciò che ognuno di noi ha in parte dimenticato. Nei miei lavori cerco questa autenticità. Uso materiali di recupero – cassette di frutta, scatole in legno, cornici, campane di vetro, persino una zucca – e colori ricavati da polveri naturali. Le figure le affido a un artigiano calatino che dà forma ai volti che immagino.

C’è un personaggio che porto sempre con me: il pastore che dorme. È simbolo di un incanto fragile, perché secondo la tradizione non va svegliato: sogna il presepe così come lo pensa il presepista e, se lo si desta, tutto svanisce. In fondo, anche noi viviamo in bilico tra ciò che immaginiamo e ciò che riusciamo a creare.

Le tecniche cambiano. Un tempo illuminavamo con gusci di lumaca, stoppino e olio; oggi ci sono led, microlampade, si cerca di ricreare la luce con i colori. Ma la tecnologia non basta a dare un’anima ad un presepe. Quella nasce dalla preghiera silenziosa che accompagna ogni gesto. È una luce interiore, diversa da quelle che si accendono con un interruttore.

In questi anni le mie opere mi hanno portato lontano: Napoli, Torino, Vercelli, Cosenza, Palermo, e perfino Svezia e Malta. Ho ricevuto riconoscimenti come il Premio Praesepium Popoli, il titolo di cavaliere del Presepe dei Popoli e quello di accademico del Presepio Siciliano. Eppure, ogni volta, torno a quel bambino che raccoglieva muschio nei campi.

Non avrei mai pensato di diventare un presepista. Ma forse non ho scelto io il presepe: è stato lui a scegliere me. L’amore per la mia terra, per la mia gente, per le storie semplici e vere, mi ha condotto fin qui. E ogni anno, quando mi chino per sistemare la mangiatoia, capisco che il presepe non è un ricordo: è una luce che continua a nascere.

Dentro di me, e dentro chi lo osserva.

Bartolo Mineo

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"Insieme" esce col n° 0 l'8 dicembre del 1984. Da allora la redazione è stata la "casa di formazione" per tanti giovani che hanno collaborato con passione ed impegno.



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