L’8×1000 che diventa cura
Frequentare una casa di riposo, come a me capita da oltre quattro anni, è di grande esperienza. In attesa (e credo tra non moltissimo) di diventare un ospite di quelle strutture, per intanto vado a trovare mia madre, con frequenza molto minore rispetto a quanto dovrei e a quanto la mia genitrice meriterebbe.
E, lo ribadisco, ogni volta diventa un’esperienza di vita, un grande insegnamento, un’occasione per maturare e riflettere, per molti versi migliorarsi.
Nelle strutture che accolgono anziani non autosufficienti, si respira un’atmosfera particolare, che solo vivendola diventa comprensibile. È quello delle case di cura e di riposo un ambiente che non si può “raccontare”, dev’essere vissuta. Chi ne fruisce, quasi mai ne è soddisfatto, men che mai felice. Tra gli ospiti, molti, ritengo una significativa maggioranza, non sono capaci di intendere. E vivendo sostanzialmente da vegetali non comprendono né percepiscono il contesto. Potrebbero essere ovunque. Tra chi, magari fiaccato nel corpo, ha la mente lucida per poter comprendere, non pochi sono quelli che chiedono di andare via. Io so il perché: l’ambiente della casa di cura li mette davanti ad una ineluttabile verità: sono vecchio, ho i giorni contati, vorrei viverli a casa mia, nelle stanze dove ho trascorso una vita.
Non è possibile replicare, difficilissimo, per i parenti più prossimi (quelli, per intenderci, che vanno a trovare gli anziani nelle case di riposo) spiegare che il ricovero nella struttura è l’unica alternativa per vivere sereni, per essere assistiti, per avere le necessarie cure quando e come occorre.
Nella mia esperienza, che, lo ripeto, è diretta e coinvolgente, tre cose ho imparato e ne posso riferire con certa sicumera.
La prima: il momento peggiore è quello dei primissimi giorni dal trasferimento, da casa alla struttura. Simile al primo giorno di scuola per i bambini, gli anziani vivono quel giorno con infinita tristezza. Saranno le settimane ed i mesi successivi a far capire loro (per chi comprende) che la soluzione è necessaria e valida.
La seconda: gli operatori di quel tipo di struttura sono veri e propri eroi. Fare quel lavoro comporta una massiccia dose di sopportazione, tolleranza, capacità relazionali. Anche in questo caso il parallelismo con la scuola materna è facile: gli anziani sono sovente come i loro più piccoli nipotini.
La terza: la fede. Ho registrato, senza tema di smentita, che per moltissimi anziani ricoverati in case di cura e di riposo, la fede, la preghiera, la lettura di testi sacri (in uno ad altro) è fonte di serenità, è gancio con il resto del monto, è preparazione per il momento fatale e ineludibile. In questo sono spesso assistiti da sacerdoti che hanno un compito assolutamente delicato. Lo sanno loro per primi: difficile assistere chi è cosciente dell’essere giunto all’ultimo miglio, ed altrettanto difficile stare accanto a chi è tornato allo status di bambino, che vive con occhi sperduti ed animo etereo.
