Cultura

Pubblicato il 18 Febbraio 2026 | di Redazione

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La verità che unisce, la menzogna che divide

In occasione della quarta edizione del Certamen Augustinianum Ragusiense, rivolto agli studenti dei Licei Classici della Sicilia e svoltosi a Ragusa dal 12 al 14 dicembre 2025, poco prima della proclamazione dei vincitori il prof. Orazio Portuese, docente di Lingua e Letteratura latina presso l’Università di Catania, ha tenuto una lectio magistralis sul tema dell’evento: “Verità e menzogna. La dicotomia del reale nella prospettiva di S. Agostino”. Erano presenti studenti, docenti, qualche dirigente scolastico ma anche tanti genitori.
Il brano a sfondo dottrinale tratto dal Contra mendacium e proposto per la traduzione è una riflessione di carattere morale: la verità è ciò che unisce e rende fratelli, la menzogna è frattura dell’interiorità e divide la comunità. Rivolgendosi agli eretici priscillianisti i quali, se da un lato ostentavano un forte ascetismo religioso, dall’altro sostenevano la liceità della menzogna per occultare la verità, Agostino nel suo scritto evidenzia la gravità di questo male, giocando sul verbo căpěre in tutte le sue sfumature: “trarre, conquistare, accalappiare”.
Il prof. Portuese faceva rilevare come il verbo, ripetuto in forme attive e passive (caperem, capiaris, capiatur, capiat), faccia sentire la dinamica perversa della menzogna: chi si giustifica dicendo di aver mentito “per il tuo bene” rivela in realtà di concepire il rapporto come un gioco di caccia, di cattura. Il lessico è predatorio: non c’è relazione, c’è strategia. Il male della menzogna porta logicamente a rendere tutti sospettosi, ogni fratello sospetto al suo fratello. Ciò genera una società della diffidenza: il rapporto fraterno, per eccellenza luogo della fides, viene corroso dall’interno. Agostino ha sotto gli occhi una intera storia ecclesiale: se la Chiesa, per difendere la verità di Dio, usa l’arma della menzogna, rende sospetta la verità stessa che annuncia. Esistenzialmente, questo quadro descrive un mondo in cui l’altro non è più un “tu” a cui affidarmi, ma un possibile stratega contro di me. È l’anticipazione, in chiave teologica, di ciò che oggi chiameremmo “società della sfiducia” o “della post-verità”: se la parola è sistematicamente manipolata, il risultato non è la vittoria di qualcuno, ma il collasso di tutti. La verità, invece, è una consonanza tra parola e cuore. Qui si innesta la grande costruzione del verbum cordis in De Trinitate (XV,10,19): Verbum autem quod foris sonat, signum est verbi quod intus lucet (La parola che risuona fuori è segno della parola che brilla dentro). Dire da cristiani cose cristiane senza crederci più è, per Agostino, una forma sottile di menzogna spirituale. Sul piano esistenziale, questa definizione è spiazzante: non basta “dire il vero”; bisogna che il vero mi abiti, che passi dal labbro all’interiorità.
Altrimenti, per usare l’immagine di Paolo, divento come un bronzo che risuona (cf. 1Cor 13,1): parola corretta, ma vuota. Indubbiamente, Agostino smaschera la menzogna del cuore, che accade quando il cuore non crede più a ciò che la bocca dice, e l’uomo diventa homo duplex, spaccato tra interno ed esterno. Questo complesso percorso argomentativo porta a concludere che per Agostino la verità non è solo un concetto filosofico; piuttosto, è una guarigione dell’anima. Similmente, la menzogna non è solo una infrazione morale; bensì una malattia ontologica, una scissione dell’essere. Proprio a questo proposito, non possiamo negare che viviamo in un tempo disorientato: fra verità e menzogna la confusione è quotidiana.
Si pensi a come le nostre identità siano messe costantemente in discussione: l’identità culturale, sollecitata dall’avvento di culture altre; l’identità professionale, scalzata dalla robotica o da tutto ciò che oggi può essere annoverato nel grande contenitore della intelligenza artificiale.
Di fronte a questi scenari, che appaiono fuori controllo, il pensiero sembra segnare il passo e soffrire di anoressia, come se stessimo smarrendo alcuni fondamentali, come se scontassimo tutta la complessità e drammaticità della parola latina finis, che segna la vera natura dell’uomo: «la fine» da patire, «il fine» da raggiungere, «il confine» da oltrepassare. Perciò le considerazioni di Agostino sono profondamente attuali, visto che nel nostro tempo sperimentiamo il dilagare della menzogna, la facilità con cui attecchiscono nelle coscienze le idee vacue e facili, gli inganni a bassissimo coefficiente semantico. Agostino ci invita, quindi, a tornare alla parola, quella vera, autentica.
Oggi i punti di realtà si vanno rarefacendo e le opinioni rappresentano l’ultima parvenza della verità. È come se vivessimo in un mondo in cui la notte si è infittita: tutto è opinabile, tutto è reversibile, nulla è affidabile. Agostino innesta su questo tronco classico una linfa nuova: la verità non è solo fedeltà al patto sociale, è fedeltà al proprio cuore; la menzogna non è solo tradire l’altro, è tradire sé stessi davanti a Dio. Agostino, che ha attraversato filosofie, dottrine, ideologie, alla fine approda a una confessione disarmante: «Tu quis es? Homo».
Un uomo che porta addosso la propria mortalità e che comprende che tra tutte le cose che gli sono state affidate la più fragile, ma anche la più decisiva, è la parola. Se vogliamo rispondere alla sentinella di Isaia «a che punto è la notte?» (Is 21,11) non potremo farlo con slogan o con verità urlate. Potremo farlo solo restituendo alla parola il suo peso specifico, la sua responsabilità, la sua capacità di costruire o distruggere, di unire o dividere. Allora forse con Agostino, potremo dire che la notte non è l’ultima parola.
L’ultima parola, per il cristiano, è sempre una sola: il Verbo che si è fatto carne. Il Figlio di Dio incarnato chiede a noi che anche la nostra carne, fragile, mortale, fallibile, provi almeno ad essere all’altezza delle parole che pronuncia.

 

Giuseppe Di Corrado

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"Insieme" esce col n° 0 l'8 dicembre del 1984. Da allora la redazione è stata la "casa di formazione" per tanti giovani che hanno collaborato con passione ed impegno.



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