Quei legni azzurri sulla spiaggia dell’Irminio
Pezzi di legno verniciati di azzurro (in realtà solo l’ultimo degli “enne” strati multicolore di decine e decine di pennellate.)
Pezzi di barche. Piccole, grandi. Vecchie, in legno, mediterranee. Sono quanto resta di relitti che ho trovato sulla spiaggia alla foce del fiume Irminio. Nelle nostre spiagge si trova di tutto, specie in questa stagione, cioè dopo le mareggiate invernali e prima delle pulizie (?) operate dai comuni con le ruspe. Ma proprio di tutto. La plastica sotto ogni forma e dimensione. Ovunque, onnipresente. E poi i copertoni, i frigoriferi, le tante, tantissime reti da pesca.
A dire il vero ci sono anche tanti rifiuti “naturali”, quelli che vedevo da bambino: canne, tantissime canne, alberi anche giganteschi, che la furia violentissima dei nostri fiumi e ruscelli sradica da contrade anche lontane e fa arrivare al mare. Ogni tanto in spiaggia arriva anche la carcassa di qualche pecora, più raramente di qualche vitello o vacca.
Ma è verso quei legni azzurri che mi appassiono e fotografo con una certa attenzione. E mi chiedo. Qualche barca era l’insieme di questi pezzi di legno azzurro oggi riversi sulla spiaggia della Riserva Naturale Speciale Biologica della Macchia Foresta della Foce de Fiume Irminio (questa la denominazione ufficiale per come è fornita dai proprietari, cioè la Regione Siciliana)?
Quando e dove è naufragata? Quando e dove è stata distrutta in mille pezzi? Chi trasportava? Il solitario pescatore siciliano con le reti per tirare a riva una ventina di chili di pesce? Oppure un “barcone” come li chiama la stampa italiana per dire di barche che dalla Libia sbarcano (forse sarebbe meglio dire buttano) uomini, donne e bambini sulle nostre coste?
Non lo saprò mai. E nemmeno mi voglio informare.
Il nostro mare è il più antico del mondo. Il Canale di Sicilia non è un mare qualsiasi, col massimo rispetto per il Baltico o il Cinese meridionale.
Da qui è passata la storia. Su quest’acqua hanno tagliato le onde le chiglie dei Greci e dei Romani. Ma ben prima di loro altri, molti altri hanno navigato senza strumenti se non le stelle di notte e le conosciute coste del mare interno. Un mare che oggi, seppure sfregiato, violentato, inquinato, bombardato da tutti gli ignoranti che non conoscono la storia ma vogliono solo far soldi e prepotenze, che però non risparmia il suo fascino, la sua poesia da Catullo (rileggiamolo quel carme 101 “”multas per gentes et multa per aequora vectus”) a Eugenio Montale, passando dal più grande, il messinese Fortunato D’Arrigo.
Un mare antico nel quale si consuma giornalmente una delle più grandi ed inspiegabili tragedie della sua pur millenaria storia. Quella di uomini, donne e bambini che muoiono annegati per aver avuto l’ardire di voler vivere.
Non me lo spiegherò mai. E quei pezzi di legno azzurri me lo ricordano colla vista, il tatto, l’odorato.
