Attualità

Pubblicato il 9 Giugno 2026 | di Giovanna Inguanti

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L’ultimo giorno che non finisce

C’è un momento, ogni anno, in cui la scuola smette di essere semplicemente scuola: è l’ultimo giorno di scuola. Per i ragazzi delle quinte classi, questo giorno ha un sapore diverso. Non è più libertà estiva dai libri, dallo studio. Non sono solo vacanze, per ritornare, poi, tra gli stessi banchi, lasciati a giugno. Questo ultimo giorno è diverso: l’aria cambia consistenza e tutto sembra più lento, più vero. Li vedi arrivare come sempre, ma non sono più “come sempre”. Stanno già un po’ di là, anche se i piedi sono ancora qui, sul pavimento consumato di mesi di lezioni, interrogazioni, risate improvvise e silenzi che pesano più delle parole. Si muovono tra i corridoi come se li volessero memorizzare un’ultima volta, con quella cura distratta di chi sa che sta salutando qualcosa senza volerlo ammettere.

Poi, quasi inevitabile, si ritrovano tutti lì, davanti a quel portone che li ha visti entrare, piccoli piccoli. Un soglia importante: da una parte ciò che è stato: la fatica, la crescita, le cadute e le riprese; dall’altra ciò che non ha ancora un nome preciso, ma già chiama.

Parte la musica e tutti cantano “Notte prima degli esami” e non c’è più distinzione tra sottofondo e realtà. Le parole si appoggiano ai muri, si infilano tra le spalle, negli abbracci chiusi a cerchio, negli sguardi che cercano di essere leggeri e invece tremano. “Questa notte è ancora nostra” diventa una promessa che non riguarda solo la notte, ma tutto ciò che stanno lasciando e tutto ciò che stanno per diventare.

E noi lì, a guardarli. Con quella strana miscela di orgoglio e vertigine che arriva solo in certi passaggi della vita. Li abbiamo visti entrare che erano poco più che ragazzini, e senza accorgercene li abbiamo accompagnati fin qui: tra spiegazioni ripetute, richiami, entusiasmi, delusioni, improvvise illuminazioni. Li abbiamo visti costruirsi, spesso senza sapere di farlo. E adesso li vediamo pronti a disfare il nodo, a scioglierlo senza romperlo.

Non c’è distanza vera, in quel momento. Solo un grande, colorato abbraccio che tiene insieme tutto: chi parte e chi resta, chi ha imparato e chi ha insegnato, imparando a sua volta, chi ha cercato e chi ha provato a indicare una strada sapendo che nessuna strada è mai una sola.

Il portone resta lì, ma non è più un confine. È una linea che si attraversa con lo sguardo prima ancora che con i passi. E mentre qualcuno ride per nascondere l’emozione e qualcuno abbassa gli occhi per non farla esplodere, si capisce che non si sta perdendo nulla: si sta solo lasciando andare nel modo giusto.

Perché questo è il cerchio. Non si spezza. Si allarga. E ogni volta che sembra chiudersi, in realtà sta già preparando il suo nuovo inizio. Coraggio, ragazzi: è il vostro tempo! Usatelo al meglio.


Autore

Nata a Vizzini (Ct) vive a Ragusa dal 2005. Laureata in Lettere Classiche e in Filologia Classica, è docente di Italiano, Latino e Greco presso l'I.I.S. Vico -Umberto I - Gagliardi di Ragusa.



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