Società

Pubblicato il 11 Giugno 2026 | di Giovanna Inguanti

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Il coraggio del perdono

La vicenda dell’accoltellamento che ha coinvolto un giovane, sentito ancora di più, qualora se ne sentisse il bisogno, perché della nostra terra lascia, addosso una sensazione difficile da nominare: è qualcosa che non appartiene solo a chi l’ha vissuta direttamente, ma che sembra propagarsi, come un’eco, anche in chi ne viene a conoscenza da lontano. È la percezione che una ferita fisica, reale e concreta, possa trasformarsi in una ferita simbolica condivisa. Come se quella coltellata, pur essendo stata inferta in un punto preciso del tempo e dello spazio, avesse attraversato anche la nostra capacità di immaginare il dolore altrui.

In questo spazio fragile si inserisce il tema del perdono, che non è mai un gesto semplice né immediato. Perdonare non significa cancellare ciò che è accaduto, né ridurre la gravità di un atto che ha prodotto sofferenza. Significa piuttosto tentare di sottrarre il dolore alla sua capacità di generare altro dolore. È un movimento interiore complesso, che richiede tempo, e che spesso si scontra con una resistenza profonda: quella della memoria, della paura, dell’ingiustizia percepita.

Il termine “perdono” affonda le sue radici nel latino per-donare, “donare completamente”, come se l’atto stesso implicasse un dare totale, senza residui e strascichi. In ambito cristiano, il concetto si intreccia con quello di remissione dei peccati e di grazia: l’idea che il male possa essere accolto e trasformato attraverso un atto che non lo nega, ma lo supera. Nel mondo pagano romano, invece, troviamo la clementia e la venia, forme di indulgenza e di sospensione del giudizio che appartenevano alla sfera del potere e della misura umana, più che a quella della redenzione spirituale.

Eppure, al di là delle radici linguistiche e culturali, il perdono resta un’esperienza profondamente umana e fragile. È difficile perdonare quando il dolore è ancora vivo, quando la ferita non si è chiusa e continua a pulsare nella memoria. È difficile perché il perdono chiede di guardare l’altro senza lasciarsi consumare dall’evento che ha rotto la fiducia.

E tuttavia, proprio in questa difficoltà si apre uno spazio inatteso: una forma di tenerezza. Non verso l’atto che ha ferito, ma verso la condizione umana che rende possibile tanto il male quanto il suo superamento. Una tenerezza che nasce dal riconoscere che la sofferenza non è mai isolata, che non riguarda mai solo due individui, ma attraversa la comunità intera.

Così, la sensazione che quella coltellata “riguardi tutti” non è solo una metafora emotiva: è il segno che la violenza rompe sempre un equilibrio collettivo. E forse il perdono, nella sua forma più alta e più difficile, non è altro che il tentativo di ricucire, almeno in parte, quella frattura invisibile. Non per dimenticare, ma per impedire che il dolore continui a propagarsi.

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Autore

Nata a Vizzini (Ct) vive a Ragusa dal 2005. Laureata in Lettere Classiche e in Filologia Classica, è docente di Italiano, Latino e Greco presso l'I.I.S. Vico -Umberto I - Gagliardi di Ragusa.



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