Una storia di gratitudine
“Grazie per tutto quello che avete fatto per noi… Grazie per averci sopportato e per la vostra immensa pazienza… Siete stati il nostro porto sicuro, la nostra famiglia, i nostri amici e tutto ciò che di bello avevamo… La cosa che più mi spezza il cuore in questa vita è la separazione… Vi giuro che non vi dimenticherò finché avrò vita”.
Il mondo di un ragazzo, una parte importante della sua vita in un messaggio whatsapp. Youssef lo ha mandato a Gaetano Scollo, il coordinatore del progetto CAS “Serra Carcara”.
Lo ha fatto pochi minuti dopo avere varcato il cancello della struttura per proiettarsi nella sua nuova vita. Il suo percorso di accoglienza con la Fondazione si è concluso, ma non il suo senso di gratitudine.
“Non era arrivato così – ci racconta Gaetano – all’inizio era un ragazzo difficile. Diffidente, impulsivo, spesso provocatorio. Uno di quei giovani che sembrano aver costruito intorno a sé una corazza fatta di sfida e di apparente indifferenza. Chi lavora nell’accoglienza conosce bene questi atteggiamenti: spesso non sono il segno di una cattiva indole, ma il linguaggio di chi ha imparato che, per sopravvivere, è meglio non fidarsi di nessuno”.
Per fortuna gli operatori del CAS non hanno risposto con lo scontro. Hanno scelto la strada più impegnativa: quella della pazienza, della presenza quotidiana, dell’ascolto e della coerenza educativa. Senza scorciatoie.
Ecco perché il giorno della partenza ha affidato ai suoi educatori parole che valgono più di qualsiasi attestato. Sono parole semplici, scritte in un italiano ancora imperfetto, ma proprio per questo autentiche. Non cercano effetti letterari. Raccontano una verità che va letta tutta d’un fiato:
“Non so davvero da dove cominciare, ma ci tenevo a ringraziarvi tutti di vero cuore. Grazie per tutto quello che avete fatto per noi, grazie per averci sopportato e per la vostra immensa pazienza. Grazie dal profondo del mio cuore per ogni sforzo che avete fatto; senza di voi non avremmo potuto affrontare le difficoltà della vita. Abbiamo imparato tantissimo da voi. Ci avete sopportato, tollerando anche i nostri modi difficili. Grazie per essere stati al nostro fianco quando non c’era nessun altro. Avete fatto per noi ciò che nessun altro avrebbe mai fatto. Anche se a volte creavo problemi, siete sempre stati le persone più vicine a noi. Siete stati il nostro porto sicuro, la nostra famiglia, i nostri amici e tutto ciò che di bello avevamo.
La cosa che più mi spezza il cuore in questa vita è la separazione. Mi sono allontanato da chiunque mi conoscesse, ma nessun distacco mi ha segnato profondamente quanto il vostro.
Grazie di cuore, persone più care della mia vita. Vi giuro che non vi dimenticherò finché avrò vita. Auguro a tutti voi una vita felice. Grazie infinite”.
C’è però un particolare che merita attenzione. Nel suo messaggio Youssef alterna continuamente il “noi” e l'”io”. All’inizio è come se desse voce alla parte che sente essere ancora un gruppo. Il gruppo dei ragazzi accolti, di chi ha condiviso lo stesso viaggio, le stesse paure, la stessa precarietà.
A tratti, però, torna la prima persona singolare. Avviene quando Youssef racconta delle sue mancanze, del suo carattere difficile.
Usando la prima persona singolare si assume una responsabilità propria. Riconosce il proprio cammino, i suoi errori, la sua crescita.
In questo essere noi, comunità migrante, e in questo essere io, uomo, ragazzo che sente già la mancanza di chi lo ha aiutato, c’è un passaggio quasi impercettibile dal punto di vista grammaticale, ma un salto enorme dal punto di vista umano che racconta meglio di qualsiasi relazione sociale ciò che è realmente accaduto durante questi mesi.
C’è un’altra espressione che colpisce profondamente e che merita qualche attimo di attenzione.
“Siete stati il nostro porto sicuro, la nostra famiglia, i nostri amici.”
“Con queste parole – prosegue Gaetano – non veniamo ringraziati per il vitto e i pocket money. Neanche per i documenti e le pratiche burocratiche o i servizi che abbiamo attivato in questi mesi. Riceviamo un grazie autentico perché siamo riusciti a creare relazioni, famiglia, amicizia, tutto quello che può comprendersi nelle due parole “porto sicuro”.
Per chi affronta la migrazione la vita è spesso una lunga sequenza di separazioni. Ci si separa dalla propria casa, dalla famiglia, dagli amici, da una cultura. Per questo la frase che più ci ha commossi è quella che fa riferimento alla separazione da noi. Questo significa che Serra Carcara, per lui, è stato un centro di accoglienza che è diventato un luogo di appartenenza”.
