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Pubblicato il 2 Settembre 2026 | di Lettera in Redazione

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Ciao, Enzo, amico e maestro

Con Enzo Bianchi ci siamo conosciuti nel 2004 all’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano. Fu chiamato a insegnare teologia biblica e patristica su invito di Massimo Cacciari e, fin dalle prime lezioni, ci fece capire di che pasta era fatto: «Non scambiate il mio corso per l’ora di religione», ci disse con quella sua sincera ironia e con l’autorevolezza di chi voleva essere preso sul serio.

Ricordo anche un’altra sua “provocazione” rivolta a noi studenti con il suo consueto stile: «se qualcuno si sta chiedendo se ho avuto una donna nella mia vita, la risposta è sì». Bastava poco per capire che dietro il monaco, il teologo e l’uomo di spiritualità c’era prima di tutto un uomo vero, con la sua storia, i suoi pensieri e la sua ricerca.

Durante il corso universitario intervenivo spesso. Gli facevo domande mirate, soprattutto sull’esicasmo, cioè quella tradizione spirituale del cristianesimo orientale che mi affascinava profondamente già a quei tempi. Mi interessava capire, scavare, mettere in discussione la mia ricerca umana, teologica e filosofica. Lui rispondeva con pazienza, ma anche con quella fermezza che non era mai del tutto gratuita. Pretendeva, infatti, che il pensiero fosse autentico e che le domande nascessero da una indagine personale e da un cammino significativo, non per forza di fede.

Poi arrivò il giorno di sostenere l’esame. Per motivi personali non stavo affatto bene da mesi. Quello studente che durante il corso aveva fatto tante domande si ritrovò davanti a lui quasi incapace di parlare. Lui mi guardò con quello sguardo unico e severo che sapeva attraversarti fino in fondo, e mi disse una frase che non ho mai dimenticato: «Perché ti stai facendo del male?». Io mi sentii scosso da queste parole, fino alla commozione. Mai nessuno era stato capace di provocare in me una tale reazione, un trovarsi a tu per tu senza maschere. Poi prese il libretto, guardò gli esami che avevo sostenuto fino a quel momento, prese la penna e mi mise trenta. E, con una voce improvvisamente dolce, mi disse: «Buona estate! Appena stai meglio vieni a trovarmi a Bose».

A Bose, però, non andai subito. La prima volta, infatti, andai nel 2008. Quattro anni di silenzio e sapevo che in qualche modo mi attendeva. Anche perché, nel 2006, aveva scritto la postfazione al mio primo libro di poesie, Bugie estatiche. Un dono bellissimo che mi arrivò via mail dopo la telefonata di fr. Lino Breda. Come minimo dovevo andarlo a ringraziare di persona.

Da allora non è stato più soltanto un maestro. È diventato per me un caro amico. Un amico capace di sostenere, ascoltare, aiutare, condividere le gioie e accompagnare anche i momenti di stasi, quelli in cui sembra che la vita non sappia più bene dove vada a finire.

Certe volte era anche duro. Ma oggi capisco che quell’atteggiamento rigoroso era una forma di affetto. Era il suo modo di scuotere il mio animo sfiduciato, che lui, da cristiano, non poteva accettare. Per lui la disperazione non poteva vincere la potenza della vita. Anche di fronte alle malattie e quando la vita sembrava accartocciarsi in sé stessa, lui continuava ostinatamente a indicare una possibilità di rinascita.

I ricordi dei nostri incontri sono davvero tantissimi. Tra questi c’è anche quello dei sei mesi che ho trascorso al Monastero di Bose a Ostuni, nonostante il suo dubbio sulla mia vocazione monastica. Quando arrivò il momento di iniziare il noviziato, mi disse semplicemente: «Pensaci bene». Io ci pensai. E poi, seppur tra mille dubbi, decisi di ritornare al secolo. Ma non è stata per niente una esperienza inutile. In monastero ho imparato la parresia, ad aderire alla realtà, all’essenziale e ho avuto anche la grande fortuna di aver conosciuto fratelli straordinari con i quali il dialogo e il bene reciproco non sono mai cessati.

Devo dire, col senno di poi, che forse è stato meglio così. Soprattutto pensando alle vicende avverse che Enzo e il Monastero di Bose hanno dovuto affrontare negli ultimi anni. Mi sarei trovato in una situazione insostenibile da sopportare per come sono fatto io. Ma, nonostante tutto, anche con Enzo non ci siamo mai persi di vista.

Infatti, l’ultimo ricordo, o almeno quello che oggi sento più vicino al cuore, è il Natale del 2024, vissuto insieme a lui e ai fratelli e alle sorelle della Casa della Madia. Ricordo ancora la sua ironia quando mi presentava ai vari ospiti a tavola come “grande filosofo”. Si metteva le mani in faccia e ai capelli e, parlando del mio libro, Illuminismo taborico, esclamava ridendo: «Che hai combinato!». Era anche questo il suo modo di volermi bene. Conservo anche una dedica speciale che mi ha lasciato in uno dei suoi ultimi libri, Rinascere: “A Luca, allievo intelligente e intrigante un tempo al San Raffaele e ora amico carissimo al quale voglio bene”.

E oggi questo verbo, che è appunto il titolo di questo suo libro, assume per me un significato ancora più grande. Infatti, mentre sapevo che era in ospedale e che non stava bene, ho pregato molto per lui. Mi è stato detto che era tranquillo, ma ho pregato perché potesse rinascere laddove la morte non ha più l’ultima parola. Nel Regno, dove il Signore, come minimo, deve certamente averlo accolto tra le sue braccia e restituito e moltiplicato tutto il bene che ha seminato nella vita. Anche quello che ha fatto a me e ai tanti suoi allievi, soprattutto per quelli che hanno avuto la grazia di incontrarlo davvero oltre l’aula universitaria, oltre i libri e le lezioni.

Credo che il modo più autentico di salutarlo non sia quello di dirgli “addio”, ma quello di affidarlo a quella speranza cristiana che tante volte ha cercato di indicarmi. Lui che mi ha detto «perché ti stai facendo del male?» oggi, in qualche modo, mi costringe ancora una volta a guardare oltre il dolore.

Quindi – dopo tutto quello che ho scritto – Enzo non voglio ricordarlo soltanto tra le lacrime, ma voglio ricordarlo con gratitudine e pensarlo felice con Dio e con la speranza di incontrarlo di nuovo, un giorno, in zone luminose dove il male non deve più essere combattuto, perché è già stato vinto e non bisogna più “lottare”.

Se Don Verzé – come ricordava spesso Enzo con ironia – disse a Cacciari «Questo me li fa diventare tutti atei», la cosa certa è che Enzo Bianchi ci ha insegnato a pensare pregando e a pregare pensando.

Luca Farruggio




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