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Pubblicato il 20 Febbraio 2014 | di Saro Distefano

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Un palazzo non può educare…

Tra le tante sciocchezze e la conseguente perdita di tempo (“… che perder tempo a chi più sa, più spiace …”) che si possono trovare su Facebook, una tantum accade che si possa trascorrere qualche minuto utilmente.

Accade quando “gli amici” virtuali pubblicano qualcosa (foto, articoli di stampa, notizie, aneddoti, citazioni) che suscita commenti. Commenti di ogni tipo, più o meno numerosi, e sovente molto interessanti per capire anche la tale notizia o vicenda pubblicata, ma anche e forse soprattutto capire meglio i propri amici (e non soltanto loro ma anche gli “amici” di amici, in un sistema che gli iscritti a Facebook conoscono bene), cosa pensano, cosa si dice “in giro”, ancorché la chiacchierata è sempre e solo indiretta, e fare da tramite non è una piazza o un bar ma la tastiera di un computer e più spesso di un telefono o di un i-pad.

Di recente ho seguito, senza mai partecipare, un interessante scambio di opinioni, appunto di “commenti” seguiti alla pubblicazione di una foto. L’immagine ritraeva un palazzo della moderna zona di espansione Ovest della città di Ragusa. Palazzo che, a detta dell’architetto che ha progettato la casa e pubblicato la foto, ha una serie di caratteristiche che lo rendono originale, moderno, funzionale, bello et cetera et cetera. Alla pubblicazione della foto sono seguiti tanti, tantissimi commenti. E molti interessanti, soprattutto quelli dei colleghi architetti. Ma uno mi ha colpito particolarmente. Quello dello stesso architetto progettista del palazzo oltre che autore della foto e della sua pubblicazione. Giovane e molto bravo, apprezzato da tanti benestanti ragusani (ma non solo ragusani) che gli hanno affidato la progettazione delle loro ricche case, l’architetto in parola nel suo commento, rispondendo ai tanti commenti che lodavano il suo lavoro, ha voluto ringraziare e poi sottolineare che tale suo progetto, si intende insieme ad altri, serve a rendere più bello quello che altrimenti sarebbe rimasto un anonimo palazzone della squallida periferia cittadina, ma soprattutto servirà, una volta completato, “ad educare” i cittadini al bello. A questo punto è scattata qualcosa. Quel verbo, “educare”, utilizzato, ne sono convinto, in totale buona fede dal professionista ragusano, potrebbe diventare “pericoloso”. Intendo dire che “educare” i cittadini con forme d’arte, di architettura, financo con la eugenetica, è tipico di quei regimi che non sono molto propensi al dibattito democratico. Insomma, a me pare che “educare” sia verbo da collocare in famiglia e nelle aule scolastiche, non oltre, e se proprio è necessario tirarlo in causa, si stia attenti, chè l’argomento è delicato. Basti pensare per un attimo, e limitandoci al caso in questione, se alla vista di quel palazzo bellissimo secondo il progettista e molti suoi amici io e/o altri e possibilmente molto più numerosi degli amici dell’architetto, ritenessimo l’opera per nulla bella, anzi proprio brutta. Potremmo dibattere, convincerci del contrario o rimanere della nostra opinione, ma non saremmo stati “educati” dal famoso e preparato professionista ragusano.

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Autore

Nato a Ragusa nel 1964 è giornalista pubblicista dal 1990. Collabora con diverse testate giornalistiche, della carta stampata quotidiana e periodica, online e televisive, occupandosi principalmente di cultura e costume. Laureato in Scienze Politiche indirizzo storico, tiene numerose conferenze intorno al territorio ibleo.



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