Nuovo ospedale: Memoria Liturgica di San Giovanni Paolo II
A 13 anni dalla posa della prima pietra, martedì 23 ottobre 2018 si apriranno le porte dell’Ospedale Giovanni Paolo II. Non ci saranno, almeno per il momento, i pazienti e i medici. Il trasferimento dei reparti avverrà nei giorni successivi, con gradualità e soprattutto con prudenza.
Significativa la scelta che del nome già dedicato durante la posa della prima pietra.
Quando Karol Wojtyla fu eletto Papa il 16 ottobre 1978 sembrava che quest’uomo vigoroso e infaticabile – nato il 18 maggio 1920, non avrebbe mai avuto bisogno dei medici. Tutto cambiò il 13 maggio 1981: i proiettili non lo uccisero ma minarono gravemente la sua salute di ferro. Da allora Giovanni Paolo II divenne anche un “uomo dei dolori”: pian piano il Parkinson e i problemi osteoarticolari lo immobilizzarono e lo resero prigioniero del suo corpo. Tuttavia il Papa continuò la sua missione e non volle nascondere i suoi mali: non per esibizionismo, ma per rivendicare il valore e il ruolo nella società di ogni persona, anche malata o minorata. Le ultime settimane di vita terrena furono i giorni del suo calvario, e il Pontefice che ci aveva insegnato come vivere, in quel periodo ci aiutò a capire come affrontare la morte.
Testimoni coerenti e coraggiosi: così il Papa Giovanni Paolo II definiva i medici cattolici che, nel tempo, hanno collaborato con la Chiesa “nel promuovere e difendere la vita umana dal suo concepimento fino al suo termine naturale”, nel rispetto dei più deboli, nell’umanizzazione della medicina e la sua piena socializzazione.
Va contrastata la tendenza a svilire l’uomo malato a macchina da riparare, senza rispetto per principi morali, e a sfruttare i più deboli scartando quanto non corrisponde all’ideologia dell’efficienza e del profitto.
Cosa ci aspettiamo dall’apertura di un nuovo Ospedale a Ragusa? Certamente è una struttura improntata a moderni criteri di ottimizzazione logistica e sanitaria, con stanze a due posti letto, percorsi razionali, distribuzione organica di laboratori e sale operatorie attrezzate, strutture portanti dimensionate con i massimi livelli di sicurezza previsti dalle norme e dotate di isolatori sismici.
Ritengo importante (e penso anche l’utenza) in continuità con gli insegnamenti trasmessi al mondo sanitario da San Giovanni Paolo II, evidenziare l’importanza dell’umanizzazione delle cure. Il malato non è una macchina da riparare. Il malato è prima di tutto una persona.
In sintesi i fattori più spesso indicati come determinanti nel disumanizzare l’ospedale sono:
– la separazione brutale dall’ambiente familiare;
– le cattive condizioni di accoglienza e di alloggio;
– l’isolamento;
– la spersonalizzazione dei rapporti umani.
Da qui l’interesse verso una medicina in grado di accompagnare i pazienti e le famiglie lungo il percorso della malattia, umanizzando le cure e sostenendo gli assistiti oltre il routinario approccio al malato e alla sua patologia.
È un campo sempre più al centro dei piani strategici delle aziende sanitarie, indice di una sanità moderna e in evoluzione.
Il concetto di “umanizzazione” non è solo una prerogativa degli obiettivi delle aziende sanitarie moderne. Umanizzare le cure, e quindi l’assistenza, è uno dei capisaldi della medicina intesa come scienza rivolta alla salute dell’uomo sin da quando è nato l’uomo medico.
Possiamo dare meglio peso a tale concetto con le affermazioni di Giovanni Paolo II in un discorso ai medici cattolici e cioè: “Condividere la sofferenza è il primo passo terapeutico” e ancora: “Non esistono malattie ma malati, cioè un dato modo di ammalarsi proprio di ciascuno, corrispondente alla sua profonda individualità somatica, umorale e psicologica. La grande abilità del medico è quella di riuscire a comprendere, o meglio a intuire, la personalità fisiologica di ciascun paziente”.
Tale affermazione ben sottolinea la sua concezione antropologica protesa a considerare ciascun paziente come un “unicum”, “una parola detta da Dio una volta sola, per sempre”, che necessita perciò di una cura costante e sempre rinnovata, in funzione del suo percorso terapeutico ed eventualmente riabilitativo.
Un modo di considerare l’uomo e il servizio sanitario-assistenziale che esige impegno a tutto campo ed elaborazione di un sapere non univoco e non parcellizzato, messo a disposizione di tutti per il servizio e la promozione della vita, sempre e comunque. Una sollecitudine per il malato che investe anche le relazioni intercorrenti tra operatore sanitario e paziente, affinché la cura sia efficace e l’unità e l’integralità della persona ne escano rafforzate.
Lo “stile Giovanni Paolo II” passa attraverso questa modalità di cura e di compartecipazione con i mondi vitali dei pazienti, primo fra tutti quello familiare. La famiglia è, infatti, il luogo costitutivo dell’appartenenza, sta al centro della vita sociale e da consistenza all’identità personale. Benessere e malessere del singolo sono spesso riconducibili al vissuto familiare ed è altresì il contesto più appropriato per dire una parola forte, decisiva sul senso del vivere, gioire, soffrire. Intervenire su di essa costituisce il primo e fondamentale atto del prendersi cura delle persone, soprattutto se sofferenti o in condizioni di bisogno.
L’umanizzazione delle cure implica in primis la creazione di un’equipe sanitaria “umanizzata”, compatta, univoca negli obiettivi e che presti cure e assistenza con “continuo cuore in mano”.
Affidiamo a San Giovanni Paolo II il percorso del nuovo Ospedale di Ragusa. Facciamo nostre le bellissime parole del Papa santo nella seguente preghiera che ha voluto dedicare ai malati, ai medici e agli operatori sanitari.
Preghiera per il malato di Giovanni Paolo II
Signore Gesù, Medico Divino, che nella tua vita terrena hai prediletto coloro che soffrono ed hai affidato ai tuoi discepoli il ministero della guarigione, rendici sempre pronti ad alleviare le pene dei nostri fratelli.
Fa che ciascuno di noi, consapevole della grande missione che gli è affidata, si sforzi di essere sempre, nel proprio quotidiano servizio, strumento del tuo amore misericordioso. Illumina la nostra mente, guida la nostra mano, rendi attento e compassionevole il nostro cuore. Fa che in ogni paziente sappiamo scorgere i lineamenti del tuo Volto divino.
Tu che sei la Via, donaci di saperti imitare ogni giorno come medici non soltanto del corpo ma dell’intera persona, aiutando chi è malato a percorrere con fiducia il proprio cammino terreno, fino al momento dell’incontro con Te.
Tu che sei la Verità, donaci sapienza e scienza, per penetrare nel mistero dell’uomo e del suo trascendente destino, mentre ci accostiamo a lui per scoprire le cause del male e per trovarne gli opportuni rimedi.
Tu che sei la Vita, donaci di annunciare e testimoniare nella nostra professione il “Vangelo della vita”, impegnandoci a difenderla sempre, dal concepimento al suo termine naturale, e a rispettare la dignità d’ogni essere umano, specialmente dei più deboli e bisognosi.
Rendici, o Signore, buoni Samaritani, pronti ad accogliere, curare e consolare quanti incontriamo nel nostro lavoro. Sull’esempio dei santi medici che ci hanno preceduto, aiutaci ad offrire il nostro generoso apporto per rinnovare costantemente le strutture sanitarie. Benedici il nostro studio e la nostra professione, illumina la nostra ricerca ed il nostro insegnamento.
Concedici infine che, avendo costantemente amato e servito Te nei fratelli sofferenti, al termine del nostro pellegrinaggio terreno possiamo contemplare il tuo volto glorioso e sperimentare la gioia dell’incontro con Te, nel Tuo Regno di gioia e di pace infinita.
Amen
Don Giorgio Occhipinti
Direttore Ufficio Pastorale della Salute
