Politica

Pubblicato il 4 Marzo 2025 | di Alessandro Bongiorno

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Congo, dove la vita umana vale meno di un telefonino

Quando due elefanti si battono, l’erba sotto i piedi ne fa le spese: è un proverbio congolese. Ci aiuta a capire quello che sta succedendo in questa parte di Africa. In quella guerra mondiale a pezzi che insanguina troppo poco le nostre coscienze, la regione a est della Repubblica democratica del Congo è segnata con ben evidente cerchio rosso. Un genocidio sulla pelle di persone poverissime che hanno il torto di vivere in un territorio ricchissimo di materie prime che fanno gola. In primis a Cina e Stati Uniti (i due elefanti) che, pur di equipaggiare i microchip e le batterie dei cellulari con le terre rare che custodisce il sottosuolo del Congo, si sfidano a distanza armando milizie senza scrupoli. Sì, c’è un po’ di Congo e di questa guerra anche nelle nostre tasche, nei nostri smartphone che si contendono il mercato a colpi di offerte e di sistemi operativi sempre più performanti.

A Ragusa ci viene più difficile essere indifferenti davanti a questa tragedia che da qualche giorno si è purtroppo acuita. In Congo opera il nostro carissimo padre Sebastiano Amato, che da Monterosso Almo ha portato il suo cuore nella foresta di Kindu; in Congo è sepolto padre Giovanni Tumino dopo una vita di missione; del Congo sono originari padre Joseph Muamba Bulobu, parroco di San Pier Giuliano Eymard e cappellano dell’ospedale di Ibla, e padre Gaston Kaboy Tupombo, vicario parrocchiale di San Pier Giuliano Eymard e cappellano della Casa di Riposo “E.C.Lupis”. in Congo la nostra Diocesi si è impegnata a costruire una chiesa e tante offerte di ragusani giungono nelle missioni saveriane dove opera padre Amato. Un legame, quindi, fortissimo che ci induce a non essere indifferenti e a cercare di capire cosa stia succedendo in questo angolo del mondo.

Una guerra civile, lo scontro etnico tra tutsi e hutu, fa da sfondo a una grande azione predatoria. Almeno otto milioni di morti in una guerra mai dichiarata. Un olocausto.

Il sangue scorre tra le province del Nord e Sud Kivu, dove è tra morto l’ambasciatore Luca Attanasio. Si trovano a ridosso dei laghi che segnano il confine con Uganda, Tanzania, Ruanda e Burundi, e sono ricche di miniere di coltan ma anche di oro, diamanti, uranio, cobalto, argento, cadmio e petrolio.

«Il Nord Kivu – ci racconta un missionario – da solo ha un potenziale di ricchezze di circa 24 mila miliardi di dollari di minerali conosciuti oggi nel suo sottosuolo. Il Ruanda è il primo esportatore mondiale di cobalto e di coltan (colombo-tantalio) del mondo. Ma non ne produce. Viene dal Kivu. In silenzio da decenni la Cina ha investito in Africa con prestiti gratuiti e infrastrutture di strade e ferrovie per impadronirsi delle ricchezze del Congo».

Su quelle ricchezze hanno però acceso i riflettori anche gli Stati Uniti e il controllo delle miniere è diventato ancora più importante dopo l’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina (un altro Paese che paga con la guerra le ricchezze del suo sottosuolo). I riflessi di quanto accade in Ucraina si riverberano sul Congo. Le sanzioni contro la Russia hanno infatti bloccato il rifiorimento dei minerali di esportazione dalla Russia. Quasi in contemporanea il gruppo armato ruandese M23, di etnia prevalentemente tutsi, ha rivendicato i mancati adempimenti del governo congolese del 2015. È di nuovo guerra. «I pretesti per fare la guerra – ammette il nostro missionario – sono tanti ma sono solo una copertura ai veri motivi: il controllo assoluto sui minerali che sono la posta in gioco del futuro della rivoluzione energetica mondiale».

Già, perché senza queste terre rare non solo smetterebbero di funzionare gli smartphone ma non si potrebbero più realizzare neanche le batterie delle auto elettriche. «Usa e Cina stanno armando Ruanda e Uganda.  Il popolo congolese paga il prezzo di questa guerra aperta di saccheggio. Dal 1996 ad oggi sono morti da 6 a 10 milioni di congolesi a causa dei minerali. Circa 500.000 donne e bambine violentate da parte di tutti i belligeranti di varie obbedienze belliche locali e straniere. Gli sfollati si contano a milioni solamente in questi ultimi 5 anni. Attualmente il Ruanda, con le milizie dell’M23, si è impadronito di un territorio più grande del suo stesso paese. Il più ricco in minerali e in agricoltura di tutto il Congo e in parte anche di tutta l’Africa».

Quello che a fatica riesce a trapelare dal Congo, lo raccontano i missionari. I campi profughi alle periferie di Goma – almeno 400.000 sfollati – sono stati smantellati con la forza. Gli sfollati oggi errano raminghi alla ricerca di un luogo dove potersi riparare. «La città di Goma che contava prima dell’invasione di M23 (alias Ruanda), circa due milioni di abitanti è in gran parte ancora priva di elettricità e di conseguenza di acqua. I primi casi di colera stanno sono già stati riscontrati nella periferia, a Bwimba. La presa della città – ci raccontano i missionari – è costata la vita a oltre 3.000 congolesi innocenti e altrettanti se non di più feriti; molti dei quali mancano dei mezzi per essere curati o amputati a causa delle schegge delle bombe o pallottole. Gli scontri armati sono avvenuti anche nei quartieri popolari. Il Ruanda attraverso l’M23 sta scendendo militarmente verso la Regione del Sud Kivu che è ricchissimo di oro. Le sue miniere sono in gran parte controllate dai cinesi».

E il mondo, alle prese con le crisi di Gaza e dell’Ucraina, cosa fa? «La comunità internazionale – conclude amaramente la nostra fonte in Congo – sta danzando su due piedi: i telefonini e tutti i mezzi di comunicazione rivelano la realtà crudele di questa guerra e quindi c’è un movimento di solidarietà in favore del Congo; ma contemporaneamente ha bisogno delle ricchezze del Congo a prezzi stracciati. Quale soluzione possibile? La vita di un congolese quanto pesa sulla bilancia internazionale dei valori umani?».

È doloroso ammetterlo ma forse meno di un telefonino.

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Autore

Laureato in Scienze politiche, giornalista professionista, redattore della Gazzetta del Sud, già condirettore di Insieme e presidente del gruppo Fuci di Ragusa



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