Le radici storico-teologiche negli antichi Padri della Chiesa
L’approfondimento del significato del Giubileo, infatti, non si limita alla sua dimensione spirituale o alle usuali devozioni dei nostri tempi, ma si volge principalmente all’esegesi compiuta dai primi Padri della Chiesa sui testi biblici fondamentali che hanno contribuito a definire e strutturare la teologia giubilare. Mi riferisco in particolare a Lv 25,8ss., cui si associano Is 61,1-3 e Lc 4,18-19. Il passo del Levitico, il più antico, stabilisce la precisa periodicità dell’anno giubilare ogni 50 anni, indicando Dio come il Signore del tempo; i testi di Isaia e Luca, invece, annunciano un anno di liberazione che, se da un lato richiama l’anno giubilare ebraico delineato in Lv 25, dall’altro assume una valenza unica: in Is 61 con una proiezione escatologica e in Lc 4 con un’interpretazione cristologica, dove quell’anno di grazia del Signore trova il suo compimento nell’oggi della missione terrena di Cristo. Di conseguenza, come ha affermato di recente il Santo Padre: «noi, nell’oggi della santa Liturgia, siamo suoi contemporanei, perché è Lui che parla quando nella Chiesa si leggono le Sacre Scritture»[1]. Nei primi due secoli cristiani, il passo di Lv 25 non suscitò particolare interesse tra i Padri. Il primo a menzionare esplicitamente il Giubileo ebraico fu Clemente di Alessandria (150-215), quando nel II libro degli Stromati[2] fa esplicito riferimento a Lv 25. Tuttavia, lo speciale orizzonte copto alessandrino lascia presupporre vedute parecchio più ampie e, in effetti, già prima di Clemente, il filosofo giudeo Filone di Alessandria (30 a.C. – 45 d.C.), profondamente influenzato dalla cultura ellenistica, interpretò in chiave spirituale le prescrizioni di Lv 25, tracciando un percorso che avrebbe consentito agli autori cristiani successivi, come Clemente e Orìgene, di dilatare ed estendere il significato dell’antica istituzione giubilare ebraica. Filone, grazie al simbolismo del numero 50, stabilisce un legame tra il Giubileo, festa della liberazione/remissione dei debiti, e la Pentecoste, celebrata cinquanta giorni dopo la Pasqua ebraica; il numero 50 viene così associato alla remissione dei peccati. Il cinquantesimo giorno, collocato al termine di sette settimane, rappresenta la pienezza della perfezione nel perdono. Analogamente, l’anno giubilare, con il suo riferimento al numero 50, «annuncia all’anima il proscioglimento dalla schiavitù e il raggiungimento della piena libertà»[3]. In questa prospettiva, Filone attribuisce al Giubileo ebraico connotazioni di natura prevalentemente morale, facendone il simbolo di un percorso di completa liberazione dell’anima dai vincoli del peccato.
Successivamente ma sempre in dipendenza da Filone, Orìgene di Alessandria (185-232) in un passo delle sue Omelie sul Levitico afferma che nel numero 50 si nasconde il mistero dell’indulgenza, poiché questa comporta l’idea della remissione piena dei peccati. In seguito, nella seconda Omelia sul Genesi, Orìgene fa coincidere in senso mistico Noè con Cristo e scrive: «Il mistico Noè, che è Cristo, nella sua arca che è figura della Chiesa, salva il genere umano dalla distruzione. Se infatti non avesse dato ai credenti il perdono dei peccati, la larghezza della Chiesa non si sarebbe estesa per tutta la terra»[4]. Per questa via l’Alessandrino suggerisce, benché in modo implicito, che l’antico Giubileo ebraico, con la sua cadenza cinquantennale e con le sue precise norme di riscatto sociale, tende a rispecchiarsi oggi nell’economia sacramentale della Chiesa, radicata nella misericordia di Cristo senza limiti. Ecco una chiara trasposizione da un senso tipicamente morale, quello di Filone, a un senso nuovo, più elevato e spiccatamente teologico, quello di Orìgene. Ma certamente il nostro approfondimento non finisce qui.
Giuseppe Di Corrado
[1] Francesco, Omelia 26.01.2025 Domenica della Parola di Dio, cit. Sacrosanctum Concilium 7.
[2] Clemente di Alessandria, Stromati 2,86,6 e 87,1.
[3] Filone di Alessandria, De sacrificiis Abelis et Caini 122.
[4] Orìgene di Alessandria, In Genesim homiliae 2,5.
