Società

Pubblicato il 15 Marzo 2013 | di Andrea G.G. Parasiliti

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I giovani, le scelte, il coraggio e i sacrifici

Daniel Balditarra è nato a Trenque Lauquen, in provincia di Buenos Aires, nel 1957. Dopo essersi laureato in Pedagogia nella capitale argentina, viene chiamato in missione e diventa sacerdote nel 1985. A Milano dal 1988, si laurea in Filosofia all’Università Cattolica. Noto scrittore argentino, ha pubblicato diversi romanzi sia in italiano che in spagnolo. Daniel Balditarra ci immerge, con la sua letteratura, negli sconfinati spazi della Pampa, nei fiumi incontaminati dell’America, nel verde dei campi, nelle estese pianure che invitano i suoi personaggi ad un viaggio interiore.

Don Daniel, come vedi l’Università Cattolica?

«La nostra Università ha alle spalle un passato molto interessante per la cultura e la politica italiana. A oggi possiamo vantare un presidente della Repubblica (Oscar Luigi Scalfaro), tre presidenti del Consiglio dei ministri (Fanfani, De Mita e Prodi). Se guardiamo quello che ha avuto, sembra che il sogno del suo fondatore, padre Agostino Gemelli si sia realizzato…».

In effetti, il Padre (come veniva chiamato il fondatore) aveva ben chiaro in mente l’impegno dell’Università nell’educazione delle giovani generazione: «Diventeranno il prezioso patrimonio dell’Italia di domani». Avere un progetto formativo insomma…

«Sì, il compito è quello di formare una classe dirigente, e quando uso questo termine non parlo solo di politici in senso stretto… La classe dirigente è quella che fa opinione, e allora il concetto si allarga al poeta, al filosofo, al giornalista, persino al banchiere. Negli anni ’50 la Cattolica era una Università molto piccola e in quel contesto forse era più facile seguire gli studenti, sia da parte dei docenti sia da parte di noi assistenti spirituali. Negli anni ’60 abbiamo vissuto un periodo assai burrascoso (penso al ’68 in Cattolica) e in seguito c’è stata qualche trasformazione in senso imprenditoriale. Il fatto di essere cattolica le permette di essere ovunque: c’è l’Università Cattolica a Budapest, in gran numero ce ne sono negli Stati Uniti, in Argentina, in Australia… Nei prossimi decenni si potrebbe andare verso una Università Cattolica Europea. Il mondo cattolico dovrebbe riuscire a formare una classe dirigente europeista proprio a fronte della cattolicità, che etimologicamente vuol dire universale. Infatti si va sempre più verso un processo di integrazione europea con le sue enormi valenze culturali. Una formazione che sia in sintonia con la globalizzazione e anche con il nuovo concetto di territorio che si è sviluppato negli ultimi anni che non è solo spaziale… Le sfide di oggi sono quelle di lavorare su dei gruppi di eccellenza che per il loro numero non eccessivamente allargato, possono essere seguiti con costanza e continuità. É un po’ questo il senso dei collegi universitari».

Quale credi che sia il compito dell’assistente spirituale?

«Il suo compito è quello di seguire i ragazzi, tentare di dare un senso di continuità. La mia esperienza con i ragazzi è iniziata in alcuni collegi degli Stati Uniti, poi, da quando sono a Milano, ho operato in alcuni collegi che non erano dell’Università Cattolica, e da diversi anni sono qui presso il collegio Augustinianum. I giovani ti danno forza ma hanno molto bisogno di speranza. Dagli anni ’60 in poi il futuro viene visto come una minaccia. Ma questo è quasi inevitabile. In una società così veloce e costruita su rapporti fluidi, rapporti spesso anche solo virtuali, tutto può sembrare davvero più instabile di quello che è in realtà. L’assistente deve aiutare lo studente ad acquisire tre cose: la coscienza di sè, la coscienza del limite, e la coscienza di tutto quello che è bene e male per ciascuno. Voi giovani potete fare tante cose ma, a mano a mano che il tempo passa, il campo della possibilità si restringe e sarà la vita stessa a mettervi nella situazione di dover operare delle scelte, e allora bisogna che abbiate il coraggio di compiere delle scelte. Il mio compito mi sembra questo più che dare una motivazione immediatamente religiosa».

La sensazione è quella che viviamo momenti di grande entusiasmo e immediatamente dopo momenti di grande depressione. Con cadenza costante, quasi la cadenza del soffrire di Pavese…

«E sì, perchè non c’è costanza, non c’è perseveranza. In una società liquida, dove tutto è molto fluido e non ben definito, appena qualcosa si raffredda viene subito mollata. Ciò che dovete imparare è il valore della perseveranza, della continuità. Nessuno vi ha mai raccontato che ad esempio il professor Umberto Veronesi si alzava tutte le mattine alle sei per rinchiudersi per tutta la giornata in laboratorio. Nessuno racconta le origini… D’altra parte, come diceva Giovanni XXIII, non c’è grandezza senza sacrificio e senza fatica. Bisogna compiere delle scelte e portarle avanti, dare ad esse una continuità. Rendere concreta l’idea, perché il concreto obbliga a mettere un punto fermo, ed è il punto fermo, se la scelta era quella giusta, che ti dà la libertà».

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Autore

Andrea G.G. Parasiliti

(Ragusa, 1988). Laureato in Filologia Moderna all'Università Cattolica di Milano è dottorando di ricerca all’Università degli Studi di Catania. Collaboratore del Centro di Ricerca Europeo Libro Editoria Biblioteca della Cattolica di Milano (CRELEB) è autore di "Dalla parte del lettore: Diceria dell'untore fra esegesi e ebook", Baglieri 2012; "La Totalità della Parola: origini e prospettive culturali del libro digitale", Baglieri 2014; Ha tradotto per il CRELEB le "Nuove Osservazioni sulle Attività Scrittorie del Vicino Oriente Antico" di Scott B. Noegel (Milano, 2014). Ha pubblicato un racconto dal titolo "Odisseo", all'interno della silloge su letteratura e disabilità "La mia storia ti appartiene" Edizioni progetto cultura (Roma 2014). Giornalista pubblicista, collabora con Torquemada (Milano), Emergenze (Perugia), Operaincerta (Modica), e con "Insieme" dal gennaio del 2010.



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