Cultura

Pubblicato il 7 Aprile 2013 | di Andrea G.G. Parasiliti

Tampasiannu e discurrennu con un intellettuale dell’ulivo

 

Passeggiavamo, l’altro giorno, per le campagne di Chiaramonte Gulfi. Lo faccio sempre quando torno in Sicilia in compagnia del mio compare Ciccio Scollo. Passeggiamo assieme, con un passi lenti e gravi, da filosofi peripatetici, credo, da quando avevamo un paio di anni. Sempre parlando di fimmini, di letteratura e di storia locale. A sei anni, lo ricordo ancora, passeggiavamo per i corridoi della scuola elementare ben oltre l’orario della ricreazione, ricercati da strane donne che ci trattavano come dei minchioni, donne che pretendevano che smettessimo di parlare del Carnevale della contea di Modica del Guastella o del patrimonio olivicolo nazionale (e della tonda iblea in particolare), affinché riportassimo sul nostro taccuino l’abbecedario che scrivevano alla lavagna. Come se non avessimo niente da fare! Non capivano che dopotutto il grembiule era il nostro camice…

Non ho mai sopportato il non saper dare il nome alle cose, alla natura e alle piante in particolare. Così ogni volta che ci vediamo, Ciccio, che oramai fa il dottorato in Agraria all’Università di Catania, mi parla delle colture tipiche del Mediterraneo che via via andiamo incrociando. L’ultima volta toccò all’ulivo:

«L’uomo, ancora nomade, mentre popolava valli e pianure, notò la presenza di un albero asciutto e contorto dalle foglie allungate e d’argento, sempre risorgente dalle sue radici. Quest’albero è l’olivo selvatico. L’uso dell’olivo era diverso da quello attuale. Prevalentemente serviva per il foraggio e per la produzione di legna. Alcuni studiosi ipotizzano che all’inizio della sua domesticazione le olive fossero piccole e amare, utilizzate dalle fimmini dell’epoca come rudimentali prodotti cosmetici. Sai, loro ci hanno sempre tenuto a farsi belle per noi…»

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Che rapporto ha l’ulivo con il Mediterraneo?

«Originario dell’Asia Minore, l’olivo trovò la sua massima diffusione sia nel nord che nel sud del Mediterraneo, grazie a Fenici, Egizi, Cretesi, Ateniesi, Etruschi e Romani. Ti rispondo con le parole del grande storico Fernard Braudel: «il Mediterraneo è il mare degli oliveti. Lungo le sue coste si ritrova la medesima trinità, figlia del clima e della storia: il grano, l’olivo, la vite, ossia la stessa civiltà agraria, la medesima vittoria degli uomini sull’ambiente fisico». Tra queste specie c’è un legame di sacralità, dalla mitologia greca alla religione cristiana, non per l’albero e i frutti, ma per la trasformazione degli stessi: l’olio, il pane e il vino».

Il Mediterraneo è il mare degli oliveti. Lungo le sue coste si ritrova la medesima trinità, figlia del clima e della storia: l’olio, il pane, il vino

Qual è la sua peculiarità?

«Tra questi alimenti, l’olio è l’unico che ha una somiglianza fonetica con il frutto da cui deriva e con l’albero che lo produce: olivo, oliva e olio. Per prodotti che derivano da una trasformazione tecnologica questo è un caso unico. Vino e vite pur avendo qualche assonanza, hanno in realtà radici completamente diverse, così come grano e pane. La pianta e il prodotto hanno, in tutte le lingue del mondo, nomi diversi per dire la profonda trasformazione nella quale la tecnica ha svolto un ruolo decisivo, caratterizzante. Invece l’olio ha lo stesso nome dell’albero che lo ha prodotto. È così anche in latino e in greco per dire che esiste un’intima identità tra questi tre elementi e che dunque l’olio è dell’olivo più che della tecnologia e dell’uomo. Se uva e grano devono subire delle trasformazioni tecnologiche, come la fermentazione del mosto e la molitura delle cariossidi di frumento, l’olio è già tale al momento della spremitura dell’olive».

Si è fatto tardi e inizia a fare buio. Ci rimettiamo in macchina e mentre risaliamo la campagna su su verso il paese, rimango a guardare fuori il paesaggio e di colpo risento Sciascia che, fumando, in relazione all’ulivo, mi ripete: “non a misura di vita umana e che ha perciò a che fare con la fede e con la religione”.

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Autore

Andrea G.G. Parasiliti

(Ragusa, 1988). Post-doctoral Fellow della University of Toronto si è laureato in Filologia Moderna all’Università Cattolica di Milano e ha conseguito il dottorato di ricerca all’Università degli Studi di Catania. Collaboratore del Centro di Ricerca Europeo Libro Editoria Biblioteca della Cattolica di Milano (CRELEB) e, nel 2018, del PRISMES (Langues, Textes, Arts et Cultures du Monde anglophone) dell’Université Sorbonne Nouvelle – Paris 3, si occupa di Libri d’artista e Letteratura Futurista, Disability Studies e Food Studies. Fra le sue pubblicazioni: Dalla parte del lettore: Diceria dell’untore fra esegesi e ebook, Baglieri (Vittoria, 2012); La totalità della parola. Origini e prospettive culturali dell’editoria digitale, Baglieri (Vittoria, 2014); Io siamo già in troppi, libro d’artista di poesie plastiche plastificate galleggianti per il Global Warming, KreativaMente (Ragusa, 2020); Ultima notte in Derbylius, Babbomorto editore (Imola, 2020); All’ombra del vulcano. Il Futurismo in Sicilia e l’Etna di Marinetti, Olschki (Firenze, 2020). Curatore del volume Le Carte e le Pagine. Fonti per lo studio dell’editoria novecentesca, Unicopli (Milano 2017), ha tradotto per il CRELEB le Nuove osservazioni sull’attività scrittoria nel Vicino Oriente antico di Scott B. Noegel (Milano, 2014). Ha pubblicato un racconto dal titolo Odisseo, all’interno della silloge su letteratura e disabilità La mia storia ti appartiene, Edizioni progetto cultura (Roma 2014). Come giornalista pubblicista, ha scritto per il «Corriere canadese» (Toronto), «El boletin. Club giuliano dalmato» (Toronto), «Civiltà delle macchine» (Roma), l’«Intellettuale Dissidente» (Roma), «Torquemada» (Milano), «Emergenze» (Perugia), «Operaincerta» (Modica), e «Insieme» (Ragusa) dal gennaio del 2010.



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