Società

Pubblicato il 3 Maggio 2014 | di Redazione

La vita è bella anche quando è bastarda?

È  il titolo di una conferenza che mi hanno chiesto di tenere i ragazzi di una scuola professionale. Quando ho ricevuto la mail mi ha colpito, nella richiesta, la forza del linguaggio e la capacità di cogliere, in uno slogan, il cuore dell’esistenza. In modo diretto e senza giri di parole i giovani hanno ricordato a tutti noi  due verità.

La prima verità è che la vita è bella Per fortuna qualche volta lo abbiamo sperimentato. È accaduto di aver sentito il nostro corpo e la nostra anima cantare: tenendo in braccio un figlio, ascoltando la  benedizione dei nostri genitori, innamorandoci, incontrando il corpo e l’anima della persona che amiamo, sperimentando l’esperienza di sentirci in armonia con il  mondo o con Dio!

La seconda verità è che la vita è anche bastarda! Anche questo abbiamo sperimentato. Qualche volta abbiamo maledetto la vita: quando abbiamo perso un figlio o una persona cara, quando una malattia grave ci ha inchiodato al letto, quando la disabilità non ha permesso di fare quello che fino al giorno prima  facevamo con destrezza, quando l’ingiustizia ci ha trovato impreparati e impotenti!

Quando diciamo che la vita è bella e bastarda evidenziamo un  dato di fatto. Chiedersi se la vita è bella anche quando è bastarda rende la riflessione più complicata! Di fronte alla complessità, di fronte a ciò che è oltre la ragione, come San Tommaso, preferiremmo restare muti, consapevoli che le parole sono insufficienti e inadeguate. Gli umani portiamo nel cuore le stesse domande e gli stessi dubbi sul senso della vita, sul dolore, sul dolore innocente, sull’ingiustizia, sulla morte, sul mistero di Dio. Le risposte ci vedono balbettanti!

Cercare il nostro posto nel mondo, chiedersi se la morte è la fine di tutto o l’inizio di un’altra vita, sperare in una vita migliore fa di noi dei compagni di quel viaggio che è iniziato quando nostro padre ha visitato nostra madre e che finirà nella tomba. In questo viaggio ci accompagna la speranza e tutti, almeno una volta, ci siamo ritrovati a desiderare che sia un sorriso ad avere l’ultima parola.

Anche quando la fede vacilla, anche quando l’amore sembra spegnersi, la speranza, anche se affievolita dalla disperazione, invita ad andare oltre! È proprio questa la morale della  storia delle quattro candele e di un bambino: In una stanza c’erano quattro candele accese. La prima si lamentava: «io sono la pace, ma gli uomini preferiscono la guerra: non mi resta che lasciarmi spegnere». E così accadde. La seconda disse: «Io sono la fede, ma gli uomini preferiscono le favole: non mi resta che lasciarmi spegnere». E così accadde. La terza candela confessò: «io sono l’amore, ma gli uomini sono cattivi e incapaci di amare: non mi resta che lasciarmi spegnere».Nella stanza c’era anche un bambino che, piangendo, disse: «è brutto il buio, non vedo niente, ho paura! ». Allora la quarta candela disse: «non piangere. Io resterò accesa e ti permetterò di riaccendere con la mia luce le altre candele: io sono la speranza». 

Una visione realistica  ci induce giustamente a non ignorare il male e la disperazione del mondo. Ma anche nel buio è la speranza che cerca di farsi strada!

Ha affermato il Dalai Lama  che tutte le grandi religioni, le grandi tradizioni sapienziali hanno questo in comune: parlano di speranza!

Il  vescovo di Ragusa Paolo Urso, ha raccontato , commuovendosi, l’esperienza vissuta in Africa, con una madre che voleva consegnargli il proprio figlio perché lo portasse via! Perché una madre arriva a  pensare   di privarsi di un figlio? La risposta non è difficile: per la speranza che la vita a questo figlio possa dare un futuro migliore! Una madre sana, per questo, è disposta a pagare qualsiasi prezzo!

Gli stranieri che sbarcano sulle nostre coste, mettendo a rischio la loro vita e quella delle loro compagne e dei loro figli, questo hanno nell’anima: il desiderio di una vita migliore  che nei loro paesi hanno perso.

Siamo cercatori di futuro, di speranza, di pienezza …

In ambito clinico è stato Viktor Frankl a sottolineare l’importanza del senso e della speranza. L’importanza di vivere fino in fondo il potere della speranza. Frankl, di origine ebrea, brillante professionista e intellettuale, sposo e padre felice, durante il nazismo fu privato di  tutto: moglie, figli, genitori, posto di lavoro. Nel suo libro “Psicologo da lager” ha raccontato che, nei campi di concentramento nazisti,  coloro che  desideravano sopravvivere erano  quelli che  avevano conservato una speranza: abbracciare un figlio, la moglie, ricostruire un mondo giusto! Anche nei lager , uno dei posti più “bastardi” che l’uomo ha saputo inventare, non si lasciavano morire coloro che continuavano a “sperare quando non c’era nulla che lasciava sperare”!

Citavo l’affermazione del Dalai Lama sul comune desiderio delle religioni di proporre strade di vita felice. Guardando in casa nostra, i cristiani hanno ricevuto una promessa e una indicazione da Gesù Cristo. La promessa: “ sono venuto perché abbiate una gioia piena”; l’indicazione: “Io sono via, verità, vita”.In questa sede è l’ “intreccio” di via, verità e vita che ci fa porre una domanda : “Ci sono vie vere e vie non vere per la vita?”

Tutti abbiamo sperimentato vie vere e vie non vere. Alcune strade che all’inizio sembravano prometterci la felicità si sono rivelate strade senza sbocco. Don Oreste Benzi, un prete impegnato nella cura di vite ai margini dell’esistenza, intervistato da una giornalista sul perché andasse a recuperare prostitute per le strade di Rimini o ad asciugare il vomito dei giovani alla fine di una serata da sballo in discoteca, ha una risposta suggestiva che aiuta la nostra riflessione: “in quei posti i giovani trovano risposte sbagliate ad un bisogno giusto. Comprare un corpo è una risposta sbagliata, sballare è una risposta sbagliata. Sono, però, risposte sbagliate ad un bisogno giusto: quello “di sentirsi vivi…”!

Tutto quello che facciamo lo facciamo per il bisogno di sentirci vivi! Anche le stupidaggini ( voi,cari giovani le chiamereste cazzate) le facciamo per sentirci vivi! “Sballare”, “farsi”, rincorrere  l’eccitazione di una vincita anche a costo di svuotarsi le tasche   (quanta tenerezza e quanta  tristezza  provo per molti  anziani con gli occhi al video, in attesa di una vincita che non arriva mai, in uno dei tanti luoghi per giocare e scommettere di cui sono piene le nostre città), sfidare la velocità, cercare corpi da consumare  e da predare: tutte strade sbagliate o parziali al bisogno di sentirsi vivi! Vie non vere al desiderio di vita!

Ci sono due preghiere che come padre mi sono ritrovato più volte a recitare per i miei figli.  Quando i figli sono piccoli la preghiera di ogni genitore è: “poterli sostenere fino a quando impareranno a cavarsela da soli.” Quando sono adolescenti la preghiera diventa:“che possano trovare la loro strada, che possano  appassionarsi alla vita, che possano trovare ciò che riscalda il cuore”. Perché quando il cuore è freddo il rischio è tentare di riscaldarlo con ciò che capita sotto mano. Come è stato scritto: “quando non troviamo ciò che desideriamo, desideriamo ciò che troviamo”. In altre parole, la preghiera che facciamo per i nostri figli ( e per noi!) è  trovare una via vera alla vita!

I professionisti del denaro conoscono il nostro desiderio di felicità e lo manipolano con  ricette interessate. Sono tante le bugie che vengono offerte al nostro desiderio di felicità. Voglio qui invitarvi a riflettere su due bugie tra le più diffuse e grossolane!

La prima bugia è che il benessere economico avrebbe saziato il bisogno di felicità. Consumare e spendere è l’imperativo che divora vite e futuro. È certamente bello vivere in un’ epoca di benessere, ma non è vero che il benessere economico ci renda automaticamente felici. Ha scritto Anders: “mentre un tempo la vita e il mondo apparivano privi di senso perché miserevoli, oggi appaiono miserevoli (nonostante il benessere) perché privi di senso! Come adulti dovremmo ricordarci di aiutare i giovani non solo e non tanto a essere più bravi, più competitivi, più ricchi, più colti, ma sopratutto ad essere più felici …

La seconda  bugia che trova molti consensi è: “pensa solo a te stesso, sii autosufficiente”. Anche qui vorrei sottolineare quanto sia importante imparare a reggere la solitudine, a  fidarsi della propria forza, a godere della propria originalità. Ma la strada per la felicità è ricordarsi che non siamo onnipotenti, non siamo autosufficienti. Beati i poveri, felici i poveri significa riconoscere che siamo limitati, che non abbiamo tutto, che siamo creature che non bastano a stesse, che siamo vulnerabili e bisognosi di amare e di essere amati. Non siamo autosufficienti e non ci sazia pensare solo a noi stessi. Siamo interdipendenti e abbiamo  bisogno di legami di appartenenza e di vicinanza e non solo di connessioni. Abbiamo bisogno di relazioni solide e di sentimenti duraturi e non solo di emozioni o eccitazioni che si consumano in un momento! Abbiamo bisogno di libertà e sicurezza relazionale!

Le ultime riflessioni mi aiutano a rispondere alla domanda: quando la vita è veramente bella? 

E’ una domanda che ognuno ha il dovere di fare a sé stesso! Ognuno di noi, nel partorire sé stesso, ha la sua strada da trovare. Ai figli possiamo dare la nostra carne, il nostro sacrificio, possiamo provare a spianare la strada da un punto di vista economico, ma non possiamo scegliere per loro il gusto da dare alla vita. Tuttavia se ci mettiamo in ascolto della nostra storia, se interpelliamo i nostri ricordi, se interpelliamo la nostra esperienza ci riconosciamo in un canto comune. Se chiudiamo gli occhi per un momento e ci chiediamo quando abbiamo cantato la vita , quando abbiamo sentito il nostro corpo vibrare, quando siamo stati contenti di essere al mondo, quando abbiamo guardato al futuro con fiducia ci riconosciamo in una esperienza comune: quando nella famiglia di ieri, nella famiglia di oggi e nelle relazioni per noi significative abbiamo sperimentato appartenenza, stima, intimità, accoglienza, perdono, rispetto.  L’appartenenza, l’intimità, il calore, la stima, che riceviamo e che offriamo, sono gli indicatori per capire quanto siamo vicini o lontani da una vita di qualità, da una vita bella. Abbiamo fame di libertà e abbiamo fame di legami solidi, fedeli, intimi, autentici. La vita è bella così: liberi e capaci di consegnare la nostra libertà, liberi e capaci di legami, liberi dalle dipendenze e capaci di gustare la pienezza del piacere della relazione; capaci di reggere la nostra solitudine e di vivere “il rischio-sfida” di amare ed essere amati!

Resta la domanda più difficile!  Quando la vita è bastarda si può cantare? Ci si può fidare di Dio, ci si può fidare della vita quando è bastarda? 

Sono consapevole che nel rispondere a questa domanda la mia capacità di argomentare si riduce. Comincio a balbettare più forte. Ci sono momenti in cui dubitiamo drammaticamente che la vita sia bella, che la vita sia una storia di amore. Ci sono momenti in cui dagli altri, dalla vita (e da Dio) ci sentiamo traditi, abbandonati, feriti. Il peccato originale, il peccato delle origini forse è proprio questo: come fidarsi di Dio quando la vita è bastarda? Come cantare di fronte al dolore innocente? Come parlare di speranza quando tutto quello per cui ti sei impegnato per una vita è andato perduto? Come ricominciare quando sei stato tradito da chi amavi ?

Non sono capace di rispondere a queste domande  con argomentazioni teologiche, ma facendo riferimento ad un dato di realtà. Ci sono stati e ci sono uomini e donne che con la loro storia testimoniano che è possibile  cantare la vita  anche quando è crocifissa! Personalmente non so se saprò cantare la vita se dovesse essere bastarda con me! Trovo speranza guardando a coloro che dentro la sofferenza hanno saputo trovare il loro magnificat!!

La storia di Nino Baglieri, morto qualche anno fa, è un esempio, tra tanti, di un canto nonostante il dramma! Vittima di un incidente sul lavoro, paralizzato per tutta la vita, impossibilitato a muoversi, dopo dieci anni di bestemmie e di invocazione della morte ha fatto della sua vita un canto permanente. Incontrando Nino, capace solo di utilizzare la bocca per scrivere e parlare, ognuno di noi è stato testimone di un evento straordinario: gli umani sono capaci di cantare la vita anche quando tutto sembra irrimediabilmente perduto.

Ho ascoltato Nick Vujicic, nato senza gambe e senza braccia. Ho visto in quest’uomo un sorriso di grande bellezza.

Ho ascoltato Rosanna Benzi, vissuta dentro un polmone di acciaio, ho trovato una donna pacificata.

Ci sono uomini e donne che ci testimoniano che la vita può essere cantata anche quando ci ha imposto tutto ciò che mai avremmo voluto subire.

La Pasqua che ci accingiamo a celebrare, è la festa che invita a riflettere sul grande mistero di “un sorriso che spunta tra le lacrime”, sulla speranza che può vincere il dolore, sull’ingiustizia che può trovare riscatto e perdono, sulla  morte che non ha l’ultima parola!

Che “la morte mi trovi vivo” è oggi la mia preghiera di cinquantenne. E’ la grazia che invoco per me,per le persone care, per tutti. Ma se la morte dovesse crocifiggermi, se dovesse riservarmi sofferenza e agonia o se la vita dovesse riservarmi sorprese bastarde prego: “che l’ultimo respiro sia accompagnato da un sorriso, che l’ultima parola sia una parola di speranza!” Molti amici che hanno assistito i genitori in punto di morte sanno che la più grande eredità che un genitore possa lasciare ad un figlio è andarsene riconciliati, sereni.

Mi piace, per concludere, farvi un augurio pasquale: “che la vostra vita possa essere bella, che possiate incontrare persone capaci di accogliervi se qualche volta la vita dovesse crocifiggervi, che un sorriso possa spuntare sempre tra le vostre lacrime, che il potere che avete per suscitare speranza lo utilizziate fino in fondo! Che possiate fidarvi di Dio anche quando vi sentite abbandonati. Buona Pasqua!

Aprile 2014

 


Autore

Redazione

"Insieme" esce col n° 0 l'8 dicembre del 1984. Da allora la redazione è stata la "casa di formazione" per tanti giovani che hanno collaborato con passione ed impegno.



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