Società

Pubblicato il 7 Luglio 2014 | di Lettera in Redazione

0

MARX E CRISTO E LA RIVOLUZIONE

L’unico punto di contatto fra un certo pensiero laico e quello cattolico, quando si confrontano sui temi della politica e dell’etica, sembra essere il carattere “rivoluzionario” dell’insegnamento cristiano, la sua predilezione per i deboli e gli umili della terra, il “sacrificio” di Cristo come il cominciamento di un nuovo corso della storia dell’umanità nel segno dell’indifferenza al potere e al dolore della rinuncia (nel caso di Cristo della rinuncia alla vita).

Disponiamo di una quantità sufficiente di buon senso per capire che proprio quel punto di contatto, fragile e delicato, può trasformarsi in una zona concettuale ad alto rischio sismico, e ciò per le ragioni che presto andremo a dire.

In un recente dibattito su un social network mi è capitato di esprimere il concetto che, a mio parere (che è il parere di un non credente), per i deboli della terra abbia fatto più Marx che Cristo, nonostante il carattere “rivoluzionario” della figura di quest’ultimo. Mi sono inevitabilmente attirato gli strali dei commentatori, i quali non hanno trovato di meglio che ironizzare sul mio “ateismo” e sul fatto che Gesù, indubbiamente, se la ride di dibattiti simili, dall’alto della sua divinità.

Non sia mai che si parli con tranquillità di questi temi: si potrebbe rischiare di scoprire di avere poche idee e molte certezze!

Allora, con pazienza e umiltà, proviamo a ragionare.

Il rifiuto della mia argomentazione parte necessariamente da una premessa: quella della natura divina del Cristo, che dunque non ammette paragoni di sorta con chiunque abbia vissuto su questa terra accontentandosi di una mera vita mondana. Anche se si tratta di Karl Marx, universalmente riconosciuto come il filosofo più influente della storia del pensiero occidentale (e non).

A volte le premesse sono una zavorra logica che non permettono al discorso di schiodarsi dal punto in cui si inceppa. Ma facciamo una prova logica: accettiamole e fissiamole come una sorta di reductio ad absurdum.

Dunque, Cristo divino.

Non cambia nulla: è del suo insegnamento durante la sua parabola terrena che stiamo discutendo, e degli effetti nel lunghissimo termine di quell’insegnamento. Gli effetti: vale a dire la storia, i suoi processi, le sue dinamiche, i suoi cambiamenti.

Il mio parere è che la “rivoluzione” di Cristo sia stata tutta dentro alla religione e alle sue pratiche, segnando il passaggio epocale dal rapporto fra un’umanità paurosa e un Dio esigente e collerico al rapporto fra un’umanità che spera e un Dio misericordioso. Una conquista, certo, che ha liberato quote inutilizzate di felicità nel mondo ma che ha anche concesso a una parte di quella umanità – quella che detiene il potere – di sentirsi parzialmente rinfrancata dall’idea che basterà esprimere qua e là gesti di pietà e di solidarietà, per avere diritto al premio eterno (l’istituto occidentale della beneficenza).

Il potere, appunto. Quello che si esercita nel mondo, attraverso la storia. Grondante di sopraffazione, di sangue, di sfruttamento. Che consente ad una parte esigua di umanità di ingrassare mediante lo sfruttamento dell’altra gran parte.

Ed è rispetto al potere che, con buona pace dei credenti, il cristianesimo non ha spostato di un fuscello gli equilibri del mondo. Assegnando i premi e le punizioni in una vita oltre quella terrena, non ha prodotto alcun effetto su quegli equilibri, se non quello di rendere più visibili le disuguglianze sociali per il fatto stesso di liberarle di un pudore che altrimenti avrebbe agito come fattore calmierante.

Non ha neanche contribuito ad estendere la pratica della democrazia, che era nata e si era sviluppata abbondantemente nella paganissima Grecia, trovandosi accidentalmente imparentato a società che sarebbero divenute democratiche per pura e semplice convenienza economica.

Si può pensare che sia un caso o meno il fatto che, dopo una colossale svista iniziale, gli imperatori romani ne abbiano fatto la religione di stato. Ma non si può pensare che sia un caso che il cristianesimo abbia benedetto le crociate, i genocidi nel continente americano e la spoliazione di quello africano. E dunque che non c’è niente di scandaloso nel fatto che negli anni ’70 gli alti prelati stringessero la mano a Videla e a Pinochet: si trattava solo della naturale divisione di competenze, noi ci occupiamo delle anime voi occupatevi dei corpi (molti dei quali gettati in mare…..).

Due considerazioni per chiudere (momentaneamente).

La prima riguarda la possibile obiezione che Marx abbia suggerito (anche senza volerlo) l’instaurazione di regimi feroci, ottusi, sanguinari quali quelli “comunisti” del passato secolo. Ci sentiamo di replicare che le infinite nequizie di cui è costellata la storia del cristianesimo consiglierebbero maggiore senso della misura. Ma anche che un genio non ha responsabilità per gli idioti che cercano di applicare le sue idee e – soprattutto – che Marx non ha dovuto combattere solo contro un sistema, sempre più globalizzato, ma proprio contro il pregiudizio religioso che ha validamente contribuito a ostacolare le sue idee. E la loro realizzazione nel mondo.

La seconda considerazione sarà telegrafica: sembra che la maggiore libertà dal potere (e dalle sue lusinghe e dai suoi incantamenti consumistici e dalle sue promesse “democratiche”) che il cristianesimo si sia concesso sia stato il voto di povertà che una parte della chiesa si è dato. Mi sembra pochino per parlare di “rivoluzione”.

Sandro Vero




Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Torna Su ↑