Approfondimenti

Pubblicato il 28 Ottobre 2014 | di Mario Cascone

L’uomo davanti alla speranza e alla morte

La commemorazione dei defunti, il 2 novembre, è ancora oggi molto sentita dalla gente, che si reca al cimitero per portare dei fiori sulla tomba dei propri defunti e per tenere vivo il loro ricordo. Quest’atteggiamento sembra contrastare con la diffusa tabuizzazione della morte, che caratterizza la cultura del nostro tempo, nel quale lo stesso parlare di morte sembra dare fastidio, invitando celermente a cambiare discorso o a fare gli scongiuri. Eppure la morte esiste e non serve a niente fare finta che essa non ci riguardi.

Il delirio di onnipotenza, in cui vive l’uomo contemporaneo, fa interpretare la morte come uno scacco insopportabile, al quale bisogna assolutamente evitare di pensare. Una tale concezione affonda le radici nel galoppante secolarismo che pervade il pensiero contemporaneo, in forza del quale si proclama la morte di Dio ovvero si invitano gli uomini a vivere come se Dio non esistesse. Ma dove conduce una simile concezione? Il più delle volte all’insignificanza di un’esistenza priva di senso, che viene portata avanti tra sprazzi di effimera allegria e tanta disperazione. La mancanza di fede nel Dio che ha risuscitato il suo Figlio dai morti ha come tragico esito l’impossibilità di offrire una prospettiva di speranza a quanti si limitano a vivere in un materialismo terreno, che preclude l’idea stessa di un futuro migliore. Si vive così in un presente ripetitivo e monotono, incapace di memoria storica e di prospettiva futura; si vive alla giornata, senza nemmeno chiedersi da dove si proviene e verso quale mèta si sta procedendo…

La fede in Cristo Risorto rappresenta invece il fondamento della speranza. Rivolgendosi ai cristiani di Tessalonica, San Paolo afferma: «Non vogliamo lasciarvi nell’ignoranza, fratelli, circa quelli che sono morti, perché non continuiate ad affliggervi come gli altri che non hanno speranza. Noi crediamo infatti che Gesù è morto e risuscitato; così anche quelli che sono morti, Dio li radunerà per mezzo di Gesù insieme con lui» (1 Tess 4, 13-14).  Il Cristo risorto è il primogenito della nuova umanità, rigenerata dal Padre attraverso il sacrificio pasquale del suo Figlio e destinata alla beatitudine eterna. Anche noi dunque risorgeremo insieme con Cristo e prenderemo parte alla gloria dei beati nel Regno dell’amore perfetto. Su questa base il teologo protestante J. Moltmann poteva affermare che «a Pasqua comincia il riso dei redenti, la danza dei liberati»; liberati dall’angoscia più grave che può pervadere il cuore di un uomo: quella della morte eterna.

Questa prospettiva di eternità, che nel nostro tempo è stata largamente smarrita, è quella che ci consente di vivere con sapienza nel presente storico. L’attesa dei “cieli nuovi” e della “terra nuova”, infatti, non indebolisce l’impegno storico per la giustizia e la carità, ma anzi lo rafforza, dal momento che la beatitudine eterna si conquista unicamente sulla strada dell’amore per i poveri e della lotta per la giustizia. Il cristiano, dunque, è chiamato a vivere con un occhio rivolto al cielo per contemplare la mèta del suo pellegrinaggio terreno, e con un occhio rivolto alla terra per vivere con amore nel dramma di una storia che spesso è segnata da fragilità e ingiustizie.

La prospettiva dell’eternità beata non è, di conseguenza, una sorta di “oppio dei popoli”, per dirla con il pensiero marxiano classico, ma la capacità di non assolutizzare le realtà del presente e di vederle nella loro intrinseca relatività. Era proprio in forza di questo convincimento che San Paolo poteva scrivere: «Il momentaneo, leggero peso della nostra tribolazione, ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria, perché noi non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili. Le cose visibili sono d’un momento, quelle invisibili sono eterne» (2 Cor 4, 17-18). Chi scriveva queste cose non era uno che non aveva mai sofferto nella sua vita, ma, al contrario, uno che aveva sperimentato persecuzione, prigione, naufragi, percosse e tante altre sofferenze. La capacità di volgere lo sguardo alle realtà eterne aiutava l’apostolo Paolo a dire che le sue sofferenze erano solo un “momentaneo, leggero peso”. In questa stessa luce San Francesco diceva: «Tanto è il bene che mi aspetto, che ogni cosa mi è diletto».

Molti uomini oggi sono poveri di speranza perché hanno cancellato dal loro vocabolario esistenziale la parola “eternità”. Volgendo lo sguardo solo sulle cose presenti, costoro non riescono ad elevarsi al cielo, dall’alto del quale potrebbero vedere le cose di quaggiù nella loro piccolezza e relatività, come quando si osserva la terra dall’alto di un aereo… Ecco perché noi cristiani, che siamo portatori di una speranza viva e certa, dobbiamo annunciare con forza il Vangelo, predicando che Cristo, nostra speranza, è risorto e ci precede nel Regno dei beati, verso il quale stiamo procedendo in un cammino storico, che è faticoso e intriso di sofferenze, ma è destinato a sfociare nella gloria.

In questo modo aiuteremo l’uomo del nostro tempo a non esorcizzare la morte, a non rimuoverla dal suo vissuto quotidiano, ma ad integrarla sapientemente nella sua esistenza, credendo fermamente alle verità professate nella liturgia dei defunti: “In Cristo tuo Figlio, nostro salvatore rifulge a noi la speranza della beata risurrezione,  e se ci rattrista la certezza di dover morire,  ci consola la promessa dell’immortalità futura.  Ai tuoi fedeli, o Signore,  la vita non è tolta, ma trasformata;  e mentre si distrugge la dimora di questo esilio terreno, viene preparata un’abitazione eterna nel cielo” (prefazio dei defunti I).

 

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Autore

Mario Cascone

Sacerdote dal 1981, attualmente Parroco della Chiesa S. Cuore di Gesù a Vittoria, docente di Teologia Morale allo studio Teologico "San Paolo" di Catania e all'Istituto Teologico Ibleo "S. Giovanni Battista" di Ragusa, autore di numerose pubblicazioni e direttore responsabile di "insieme".



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