Società

Pubblicato il 17 novembre 2017 | di Mario Tamburino

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“Migranti, la sfida dell’incontro”-La speranza, l’ostilità e la paura. Storie di abbracci e di gratitudine

Riflessioni sulla mostra “Migranti, la sfida dell’incontro”, ospitata a Palazzo Garofalo.

Keita ha diciannove anni, a quattordici è fuggito dalla Guinea, è in Italia da un anno e due mesi.

Alla presentazione alla città di Ragusa della mostra “Migranti, la sfida dell’incontro”, ospitata a Palazzo Garofalo, voluta dal Centro socio culturale Ibleo, dalla Consulta delle aggregazioni laicali, dall’ufficio Migrantes, dalla Caritas diocesana e dal centro di accoglienza della cooperativa Filotea, è il suo intervento a dare voce al dramma di migliaia di migranti che in questi anni hanno bussato alle porte e alle coscienze di un’Europa distratta e di un’Italia impaurita e a contribuire con la concretezza della propria storia, al percorso dei pannelli e dei video della manifestazione.

Attraverso le sue parole e i suoi occhi, un uditorio disposto ad andare oltre il perimetro delle opinioni precostituite è stato guidato a ripercorrere le tappe di un viaggio iniziato cinque anni fa.

Lo scoppio del conflitto tra le etnie Maliké e Guerzé a seguito di una banale lite, non ha trovato posto sui quotidiani italiani ma ha cambiato il corso della sua vita. Un giorno i Guerzé attaccano il suo villaggio e la sua casa. Keita rimane ferito, i genitori uccisi. «Mio fratello – confessa – è scomparso e io non so dov’è». Un camionista lo porta verso nordest. Poi il lungo viaggio verso il Mali e quindi il deserto algerino. «In Algeria ho lavorato come muratore e come sarto». Qui viene arrestato dalla polizia e passa tre mesi in prigione «perché non potevo lavorare con le donne arabe». Segue l’inferno libico, il mare e, infine, l’Italia.

Una via dolorosa che, ripercorsa insieme, accorcia le distanze col diverso e, strappandoci dall’astrazione delle categorie sociologiche e dall’impersonalità dei numeri, ci fa incontrare la persona e il suo bisogno. Innanzitutto il bisogno elementare di essere ascoltato a cui la presenza del prefetto Carmela Librizzi, dell’assessore ai servizi sociali Gianluca Leggio, dei rappresentanti delle forze dell’ordine, conferisce la dignità che a quel grido spetta.

All’interno della cornice geopolitica di un fenomeno planetario che chiede di essere gestito per non esserne travolti tracciata dal professore Claudio Gambino, docente di Geografia all’Università Kore di Enna, si apprende che solo il 5 per cento degli attacchi terroristici in Europa è ascrivibile a militanti provenienti dall’estero. Così, Giorgio Paolucci, curatore della mostra in collegamento da Milano, ha buon gioco nel mostrare come la sfida dell’incontro abbia come centro infiammato la capacità dell’Europa di offrire a chi ci vive un’ideale che sia più attraente delle sirene di morte degli islamisti. È l’idea di un’identità e di una tradizione che non si irrigidiscono nella forma «di una corazza da indossare», ma che si nutre di ragioni da riscoprire e da offrire dentro un rapporto. Un rapporto che nasce anche da una capacità di «immedesimazione» con il diverso. Si tratta della capacità di rintracciare nella propria storia l’esperienza presente dell’altro. Noi come loro, infatti, conosciamo il dramma dell’emigrazione, noi come loro sappiamo cosa significa sentirsi stranieri in una terra non nostra. Ma si può dimenticare. Come dimostra l’ostilità diffusa proprio nella regione italiana che ha visto partire il maggior numero di emigranti: non la Sicilia, ma il Veneto.

Mentre Vincenzo La Monica descrive l’impegno della Caritas nel contesto ragusano, dalle sue parole emerge con chiarezza che, nel rapporto concreto con il migrante, la questione si pone, innanzi tutto, a livello educativo. Spesso, infatti, «si tratta di rinunciare ad indicare quello che a noi sembra il modo più giusto per affrontare i loro problemi» e di accettare di «fare semplicemente un pezzo di strada insieme».

Ad offrire la prospettiva preziosa del punto di vista femminile in un mondo quasi sempre al maschile è Silvia Galifi, psicologa e coordinatrice del Centro di accoglienza speciale “Ebano” della cooperativa Filotea, che accoglie 75 adulti africani. Nel suo racconto l’esperienza dell’incontro vince i pregiudizi. «Mi hanno sempre trattata con rispetto, anzi – afferma – nel rapporto con questi ragazzi mi sono sentita completata come donna quando alcuni hanno cominciato a chiamarmi “mamma Silvia”».

L’altro, il diverso, generalmente fa paura se visto da lontano. Se si accetta la sfida dell’incontro si scopre che molto spesso l’accoglienza e la gratitudine possono vincere la paura; possono essere l’inizio di una nuova costruzione. Come emerge dalle parole di Keita: «Veramente ringrazio gli italiani per avermi soccorso e salvato dall’acqua. È un piacere dirvi che dopo il mio arrivo in Italia molte cose sono cambiate. Qui ho ricominciato a sperare una vita migliore».

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