Società

Pubblicato il 17 Ottobre 2018 | di Silvio Biazzo

Malati ed anziani non meritano di essere abbandonati

“Sono solo, malato quindi abbandonato”: una realtà che diventa oggi più che mai di scottante attualità.

Viviamo in una società anziana, le aspettative di vita grazie alla scienza si sono allungate di molto, nel contempo sta emergendo un fenomeno preoccupante, quello della solitudine. Solitudine negli affetti, solitudine nella famiglia” solitudine nella società, solitudine nella povertà, solitudine nel dolore e nella sofferenza per la malattia.

Forse quest’ultimo fenomeno e tra i più cogenti: l’ammalato quando diventa tale diventa quasi un peso, un peso per la comunità, per la società, per la famiglia, ce ne accorgiamo quando abbiamo l’opportunità di trovarci in una corsia d’ospedale o in una comunità d’accoglienza.

Il vangelo è stracolmo di argomenti su questa realtà sociale, eppure c’è stato qualcuno pochi anni fa che ha affermato che “Il malato deve essere al centro, soggetto e non oggetto in questo mondo contemporaneo” tant’è che a lui ha dedicato una giornata mondiale di ricordo: parliamo di Papa Giovanni Paolo II, una figura emblematica che ha fatto della sofferenza la bandiera stessa della Sua esistenza terrena.

Quante volte lo abbiamo visto nelle corsie degli ospedali, abbracciare malati, baciare bambini, e per tutti parole profonde quali:”Mi sento molto vicino a tutti coloro che soffrono – diceva – così come a quanti personale sanitario e non che con abnegazione prestano servizio ai malati. Vorrei che la mia voce oltrepassasse queste mura per portare a tutti i malati e agli operatori sanitari la voce di Cristo, e offrire cosi una parola di conforto nella malattia e di sprone nella missione assistenziale, ricordando in modo particolare il valore che il dolore possiede nel quadro dell’opera redentrice del Salvatore”.

Per quel Papa stare con gli ammalati , servirli con amore e competenza, non era soltanto un’opera umanitaria e sociale, ma anche e soprattutto un’attività eminentemente evangelica, poiché Cristo stesso invita ad imitare il buon samaritano, che quando incontrò sulla sua strada un uomo che soffriva non “passò oltre” ma n’ebbe compassione .

Più volte ed in tante occasioni abbiamo ascoltato le parole di quel Papa il quale ribadiva il concetto che l’uomo è chiamato alla gioia e a una vita felice, ma sperimenta quotidianamente molte forme di dolore e la malattia è l’espressione più frequente e più comune della sofferenza umana.

Dinanzi a ciò viene spontaneo chiedersi: Perché soffriamo? Per che cosa soffriamo? Ha un significato che le persone soffrano? Può essere positiva l’esperienza del dolore fisico o morale?

Senza dubbio, ognuno di noi si sarà posto, più di una volta, questi interrogativi, dal letto di dolore, durante la convalescenza, prima di sottoporsi a un intervento chirurgico o quando ha visto soffrire una persona cara.

Così considerati, il dolore, l’infermità e i momenti bui dell’esistenza umana acquistano una dimensione profonda e apportatrice di speranza. Non si e mai soli davanti al mistero della sofferenza: per tutti c’è Cristo, che dà senso alla vita: ai momenti di gioia e di pace così come ai momenti di afflizione e di dolore.

Con Cristo tutto ha senso, comprese la sofferenza e la morte; senza di Lui, niente può essere spiegato appieno, neanche i legittimi piaceri che Dio ha associato ai diversi momenti bui della vita.

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Autore

Silvio Biazzo

Giornalista Pubblicista dal 1980 , ha collaborato con Radio Insieme, Avvenire, Giornale di Sicilia e Gazzetta del Sud e tv locali, diploma di Maturità Classica, studi universitari in Giurisprudenza , dal 1993 insignito della Onorificenza di Cavaliere dell’ O.M.R.I.



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