Politica

Pubblicato il 20 Maggio 2019 | di Vito Piruzza

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Quali prospettive per l’Europa? Il 26 maggio un voto che guardi al futuro

Si elegge il Parlamento di Strasburgo e abbiamo una sola via percorribile

Il 26 maggio ci verrà chiesto di esprimere il nostro voto per eleggere i rappresentanti al Parlamento dell’Unione Europea. La nostra generazione vive in un eterno presente, stentiamo a progettare il futuro, abbiamo poca memoria! Senza prospettiva e senza Storia in base a cosa effettueremo le nostre scelte? Tutto diventa emotività, sfogo d’impulso, salvo poi pentirsi dei risultati come sovente accade. Voglio quindi suggerire un percorso alternativo che parta dalla memoria e che approdi al futuro.

Cosa vuol dire per noi Europa? Intanto l’idea di Europa è collegata a 70 anni di pace, un risultato che diamo per scontato, ma che scontato non è; basti pensare come era il nostro continente prima dell’Unione Europea, ma basti guardare a cosa è l’Europa “fuori” dall’Unione (Guerra dei Balcani, conflitto russo-ucraino etc.) e quanti focolai conflittuali sono stati “smorzati” dall’Unione Europea a cominciare dall’Irlanda del Nord dove non a caso la Brexit ha riacceso l’indipendentismo. Sicuramente vuol dire sviluppo e solidarietà: dalla fine della Cassa del Mezzogiorno praticamente quasi tutti gli investimenti nel Sud sono stati cofinanziati dal “Fondo Sociale Europeo”. Vuol dire anche libertà e diritti: libertà di circolazione delle persone e dei capitali, leggi a tutela della privacy, della trasparenza, della tutela dei consumatori, dell’ambiente, della parità dei sessi etc. (tutte normative che altrimenti ci sogneremmo). Vuol dire anche bassa inflazione a tutela del potere d’acquisto dei salari, bassi tassi di interesse per investimenti delle imprese e per i mutui dei privati. Certo, vuol dire anche indifferenza verso i Paesi che hanno subito l’impatto delle migrazioni di chi scappa da guerre violenze o miseria. Vuol dire anche scarsa solidarietà verso i popoli che hanno subito in modo più intenso la crisi economica che da oltre 10 anni attanaglia l’occidente. Vuol dire anche Paesi con politiche estere divergenti (caso Libia) che obbediscono a logiche individualistiche. Vuol dire anche delocalizzazione delle imprese verso Paesi dell’Unione con più basso costo della manodopera o anche (vedi Fca) con più conveniente regime fiscale.

Questi ultimi elementi hanno alimentato un diffuso sentimento di avversione nei confronti dell’Europa, sentimento ampliato a dismisura da una narrazione distorta della realtà economica del nostro Paese, che ha la sua sintesi nella frase “ce lo chiede l’Europa”; una immensa “foglia di fico” dietro cui nascondere i limiti oggettivi di un’economia al dissesto che ha richiesto con urgenza misure impopolari di cui la classe dirigente del nostro Paese, nella sua totalità, non ha avuto il coraggio di assumersi la responsabilità. Enunciate, pur in modo sommario, luci ed ombre dell’Europa adesso è il problema della prospettiva che ci si pone davanti e cui noi risponderemo con il nostro voto il 26 maggio. Fino a due anni fa alcuni partiti italiani proponevano in modo esplicito e convinto l’uscita dall’Europa o dall’Euro, adesso a ridosso delle elezioni non c’è più nessuno che parla di questo: tutti si dichiarano europeisti! Cosa è successo? La vicenda Brexit ha di colpo cancellato tutti coloro che fino a due anni fa erano disinvoltamente fautori dell’uscita dall’Europa, l’esperienza degli amici inglesi con l’indebolimento della sterlina e la “fuga” di decine di aziende e capitali dall’Inghilterra li ha “convinti” a cambiare strategia; così i “sovranisti” adesso dicono di essere convintamente europeisti, ma di volerla cambiare profondamente …

Ora che nell’Unione Europea ci sia tanto da riformare lo dicono tutti, il problema è verso quale approdo? Uno dei problemi principali è sicuramente il bilanciamento della funzione legislativa, in atto questa funzione è condivisa tra il Parlamento (che andremo ad eleggere il 26 maggio) e il Consiglio dell’Unione formato da un ministro (a seconda delle materie di cui si discute) per ciascuno dei 27 Paesi che di fatto ha il potere di interdire l’attività del Parlamento: ora mentre il Parlamento segue le dinamiche di tutte le assemblee rappresentative con maggioranze e minoranze su base “ideologica”, il Consiglio dell’Unione obbedisce a logiche di “rivendicazioni nazionali” ed è spesso all’origine delle decisioni che hanno originato il malessere dell’opinione pubblica nei confronti dell’Unione Europea. È di tutta evidenza che per superare il malessere dell’Unione Europea senza perderne gli enormi benefici, l’esigenza è quella di legislazioni che uniformino la fiscalità nei Paesi, che ne rendano omogenea le politiche e i diritti del lavoro, e che si avvii l’unificazione della politica estera e della politica di difesa. Il percorso quindi non può essere altro che quello di una maggiore cessione di sovranità da parte degli stati nazionali.

Una visione opposta a coloro che fino a due anni fa erano antieuropeisti e che adesso giocoforza si sono reinventati “europeisti sovranisti” che già di per sé sono la rappresentazione di un ossimoro, ma che non spiegano come aumentando le rivendicazioni nazionali risolveranno i problemi europei. Paradigmatico è proprio il caso della deroga al deficit di bilancio italiano: nei momenti in cui ci sarebbe bisogno di un surplus di solidarietà nei confronti di un Paese in difficoltà, coloro che per primi si sono irrigiditi negando qualsiasi deroga sono stati proprio i Paesi “sovranisti”. Il risultato probabile con la vittoria dei sovranisti in Europa sarà la disgregazione dell’Unione Europea raggiungendo, in modo surrettizio, esattamente ciò che proclamavano fino a due anni fa, ma che adesso non è “strategico” enunciare.

Votando spero che i cittadini riflettano su quale prospettiva si apre per il futuro di un’Europa di piccole nazioni litigiose che si confrontano con i colossi economico-politici del mondo globalizzato (Cina, India, Russia, Usa). L’unica prospettiva percorribile, per il mantenimento dei diritti e del benessere di cui godiamo è quella di passare dall’Europa delle nazioni all’unica “Nazione Europea”!

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Vito Piruzza



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