Società

Pubblicato il 6 Agosto 2020 | di Saro Distefano

I Giardini iblei come Compostela

Il pellegrinaggio per definizione è verso la Terra Santa. Ma quasi allo stesso livello, nell’immaginario collettivo, è quello verso Santiago di Compostela. Nella città galiziana i pellegrini vanno da dieci secoli, partendo da ogni parte d’Europa per poi confluire nella grande basilica ed abbracciare la statua argentea del Maggiore.

Ci fu un tempo che il pellegrinaggio verso Santiago era difficile da organizzare, da condurre, da spesare. Molti ricchi signori, volendo omaggiare San Giacomo e però non potendo lasciare i loro affari e le loro proprietà, avevano inventato un sistema che la Chiesa non guardava di buon occhio e però accettava: a fare il pellegrinaggio si mandava un terzo, un “prestanome” che, dietro compenso del committente, si incamminava verso la Galizia, poi andava in spiaggia a Finisterre per fare il bagno nell’Atlantico, bruciare i vestiti coi quali aveva camminato e, così, potersi dirsi nettato, rinato. In epoche più recenti, si impose un altro sistema, che alla devozione per San Giacomo univa la possibilità di fare il pellegrinaggio.

Ci si chiese: è possibile definire “pellegrinaggio” a San Giacomo un cammino, quale che sia la distanza da coprire, dove si trovi il tempio, come che sia la statua dell’Apostolo? A tutti parve logico e giusto rispondere sì. Da allora vennero costruite le chiese intitolate all’apostolo figlio di Zebedeo e Salome in molti luoghi dell’Europa ma, per dare una idea di “finis terrae”, ovvero la fine del mondo intesa come costa della Galizia, la parte più occidentale dell’Europa, quelle chiese vennero edificate con precisi criteri.

Rimanendo dalle nostre parti. Sono chiari esempi di tale tendenza tre chiese, diverse per dimensioni ed epoca di realizzazione, ma tutte e tre rispondono al postulato: essere alla fine del mondo o, almeno, del nostro “piccolo mondo”. Le chiese sono: la grande basilica di Caltagirone (città della quale San Giacomo è patrono), la piccola chiesa oggi all’interno dei Giardini Iblei a Ragusa Ibla, e la piccolissima chiesetta oggi a metà strada tra Modica e Scicli.

Sono tutte costruite alla “fine del mondo”, seppure soltanto simbolica. A Caltagirone all’apice di una collina, a Ibla alla fine del pianoro e prima della discesa che porta alla valle del fiume Irminio (quando venne costruita la chiesa non esisteva la villa comunale), e a Modica alla fine dell’area urbana. In queste chiese si andava in pellegrinaggio, partendo dalla città di notte per raggiungerle all’alba, dando un senso ancora maggiore al senso di rinascita, di espiazione dei propri peccati. E il cammino per raggiungere la chiesa di Giacomo era detto, nel nostro bellissimo dialetto, “u iuolu ri Sagnapicu”, il viottolo, il sentiero di San Giacomo.

Lo stesso nome che i siciliani avevano dato alla Via Lattea, la galassia alla quale appartiene il nostro periferico sistema solare. Secondo la leggenda, Giacomo, dopo la morte, sale in Paradiso utilizzando una strada, un cammino, che è appunto la via Lattea, un tempo perfettamente visibile in cielo ed oggi affidata solo ai telescopi. Quindi l’Apostolo compie il suo cammino poggiando i piedi sulle stelle, fino a raggiungere l’Altissimo. Quella strada è pertanto “u iuolu ri Sagnapicu”.

 


Autore

Saro Distefano

Nato a Ragusa nel 1964 è giornalista pubblicista dal 1990. Collabora con diverse testate giornalistiche, della carta stampata quotidiana e periodica, online e televisive, occupandosi principalmente di cultura e costume. Laureato in Scienze Politiche indirizzo storico, tiene numerose conferenze intorno al territorio ibleo.



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