Società

Pubblicato il 6 Agosto 2020 | di Vito Piruzza

Rafforzare il Sistema sanitario nazionale soprattutto al Sud

Non c’è dubbio che la pandemia abbia acceso i riflettori sul nostro sistema sanitario nazionale, sia in termini di sovrapposizioni di competenze che in termini di struttura organizzativa, alimentando un dibattito acceso sull’opportunità di una competenza nazionale invece che regionale e sulla necessità di tornare a potenziare i servizi del territorio e non solo le strutture ospedaliere.

L’esplosione dell’epidemia nelle regioni settentrionali ha fatto passare sotto silenzio, nel ragionamento sulla necessità del ripensamento del Servizio Sanitario, lo stato degli investimenti sanitari negli ultimi anni e il loro dislocamento territoriale.

Un osservatore economico attento come il professore Gianfranco Viesti dell’Università di Bari ha condotto una riflessione su questo argomento molto interessante: dopo il 2011, in virtù della politica di rigore messa in atto dai governi, gli investimenti in sanità dopo essere cresciuti dal 2000 in poi (anche se leggermente) fino a toccare i 3,4 miliardi nel 2010, sono poi gradualmente ma inesorabilmente crollati fino a 1,4 miliardi del 2017, di gran lunga inferiore rispetto agli investimenti degli altri Paesi occidentali.

Non solo, dei 47 miliardi spesi in investimenti in sanità nel periodo dal 2000 al 2017 ben 27,4 mld sono stati spesi nelle regioni del Nord, 11,5 mld nelle regioni del Centro e 10,5 mld nelle regioni del Sud.

Voglio chiarire che non sto citando questi numeri per piagnisteo rivendicazionista, ma alla luce di questi dati voglio fare emergere con estrema evidenza 2 cose: la diminuzione degli investimenti in sanità significa strutture, macchinari e attrezzature con obsolescenza accentuata e quindi con efficacia limitata; l’epidemia ha avuto per epicentro le regioni che hanno fruito di investimenti maggiori in sanità e l’impatto della pandemia è stato devastante, non voglio pensare quale sarebbe stato il risultato se la virulenza del Covid avesse avuto come epicentro le regioni “cenerentole sanitarie” del Mezzogiorno!

Visto che a prescindere dalla (speriamo recondita) possibilità di recrudescenza autunnale, la globalizzazione rende oramai non più remota la possibilità che si verifichino altre pandemie, e considerato il gap generato nella nostra sanità (specialmente in quella meridionale) dalla pesante riduzione di investimenti negli ultimi 10 anni, ha senso continuare a disquisire sull’opportunità di utilizzare 35 miliardi di finanziamento sostanzialmente a tasso zero offerti dall’Unione Europea?

Mi sembra molto più opportuno e funzionale cominciare invece a discutere su dove indirizzare queste risorse per colmare, per ciò che è possibile, sia il gap tecnologico dovuto all’insufficienza di investimenti decennale, sia il gap territoriale dovuto all’abbandono in cui sono stati lasciati alcuni territori del nostro Paese e che è dimostrata in modo lampante dagli investimenti pro-capite in sanità nel periodo 2000-2017 che hanno visto i cittadini della Provincia di Bolzano gratificati da una spesa di €. 183,8 mentre ai cittadini calabresi sono toccati solo 15,9 €uro a testa di spesa sanitaria per investimenti. Intelligenti pauca!

 


Autore

Vito Piruzza



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