Società

Pubblicato il 21 Settembre 2020 | di Agenzia Sir

Via da un Paese che non crede in loro. L’emigrazione ha il volto dei giovani

Sono molti gli italiani che negli ultimi quindici anni si sono trasferiti all’estero: in totale circa 5 milioni e 300 mila persone. Tanti tra loro sono giovani: quasi il 40 per cento. Il fenomeno dell’emigrazione, che non riceve le stesse attenzioni della cronaca rispetto a quello dell’immigrazione, è in crescita e sta assumendo una consistenza importante, tanto che l’anno scorso i nostri connazionali residenti all’estero avevano raggiunto l’8,8%.

Siamo tornati a essere un Paese che non riesce a trattenere una buona parte delle nuove generazioni. I Millennials italiani si percepiscono più vulnerabili rispetto ai loro coetanei europei, ci dicono le ricerche come ad esempio quella del Rapporto Toniolo. In fondo l’opinione pubblica affronta il loro mondo come un problema da risolvere: la mancanza di lavoro, le carenze formative, il ritardo nella transizione alla vita adulta…

Accade, allora, che molti giovani decidano di trasferirsi. Le modalità sono le più varie, tra le quali un periodo di studio all’estero, l’inizio di una nuova esperienza lavorativa. Quelli che hanno più potenzialità e più capacità sono i primi ad essere attratti dai nuovi contesti, ma non sono i soli. D’altronde rispetto alle generazioni che li hanno preceduti loro hanno un diverso approccio alla mobilità. Le innovazioni tecnologiche permettono di essere costantemente in contatto con le loro famiglie e le loro comunità, sono cresciuti in una società multiculturale, hanno già incontrato “l’altro” a scuola o mentre facevano sport. Conoscono anche la realtà che li ospiterà, perché magari l’hanno già visitata durante un viaggio.

Inoltre il loro approccio alla “migrazione” è momentaneo. Il trasferimento non è considerato definitivo e continuano a mantenere legami con le loro radici e non hanno bisogno di attendere decenni prima di ritornare a casa. Però si inseriscono in un nuovo contesto sociale e lentamente si adattano alla nuova realtà.

Il nostro Paese, invece, continua a non essere un ambiente a loro favorevole, perché difficilmente crea opportunità per promuovere le loro potenzialità e ancora di più difficilmente ascolta la loro creatività. Se si volesse cogliere l’occasione della nuova partenza, che i fondi europei rendono possibile, bisognerebbe investire sulle nuove generazioni. Questo significa accompagnare i giovani nella loro progettualità non imporre strade preconfezionate. Altrimenti proseguiranno a cercare un altro posto dove realizzare i loro sogni.

Andrea Casavecchia

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Agenzia Sir



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