Cultura cannizzaro intervista musica

Pubblicato il 5 Giugno 2022 | di Redazione

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Il cielo in una chiesa

Il ciclo di concerti “Armonie sacre tra i sentieri dell’anima”, organizzato dall’Ufficio per la Cultura della Diocesi di Ragusa, all’interno della rassegna “Cultura per la vita”, è stata un’altra occasione, la prima dopo la pandemia, per riavvicinarci alla musica sacra e al patrimonio organario del territorio ibleo. I quattro concerti hanno visto all’organo il maestro Diego Cannizzaro.

«Gli organi della Diocesi di Ragusa – assicura – hanno delle qualità strumentali eccezionali, straordinarie. Nelle liturgie correnti possono essere sottoutilizzati; se però sono portati ad un utilizzo più elevato, danno delle sensazioni notevoli a chi ascolta, sia dal punto di vista dell’assemblea che dei cantori, quindi possono fungere da grande traino. Bisogna tener presente che questi strumenti hanno delle grandi potenzialità, tuttavia sono stati pensati per liturgie differenti, pertanto il loro utilizzo deve essere molto saggio».

Cosa rende unico ogni strumento che ha toccato nel corso delle quattro serate di concerti per organo organizzati dalla diocesi di Ragusa?

«La caratteristica costitutiva di ogni organo è che ciascuno di essi è differente dall’altro, ognuno di essi ha la propria specificità, ognuno di essi è differente rispetto all’altro perché è differente la chiesa che lo accoglie. La chiesa è la cassa armonica di un organo, la chiesa è un elemento vincolante.  Ciascun organo cambia anche rispetto all’anno di costruzione. La Diocesi di Ragusa ha i migliori rappresentanti degli organi ottocenteschi. Lo scopo dell’organista, in primis, è quello di individuare l’anima, l’essenza dello strumento che ha di fronte, e deve saperlo interpretare, non deve sperare che l’organo accontenti i desideri dell’organista; è piuttosto l’organista che deve comprendere ciò che ha davanti a sé e come valorizzarlo nel miglior modo possibile. Ogni strumento è una nuova scoperta o può essere un piacevole ritorno; ogni strumento ha la propria personalità, che va conosciuta e rispettata dall’organista».

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Maestro, ripartiamo dall’inizio. C’è un momento in cui ha realizzato che la musica avrebbe avuto un ruolo determinante nella sua vita?

«Sì, a 4 anni ho capito che la musica sarebbe stata determinante nella mia vita. Di fronte ad una tastiera, comprata per i miei fratelli più grandi, mi sedetti e senza alcuna indicazione iniziai a scoprire spontaneamente i suoi segreti.  Da quando ho memoria, la musica ha sempre fatto parte della mia vita, da 18 anni in poi ho capito che poteva essere il mio mestiere».

 

Può raccontare come è nata la sua passione per la musica sacra?

«Fu l’anziano arciprete di Petralia Sottana (mio paese d’origine) ad introdurmi nella musica sacra.

Aveva studiato molto bene musica e mi ha introdotto nella conoscenza essenziale del canto gregoriano soprattutto nell’applicazione liturgica; in quegli anni avevo già intrapreso lo studio del pianoforte e questo anziano arciprete mi iniziò alla musica sacra continuando, dapprima, con il piano concertistico e solo successivamente mi sono affacciato alla musica organistica».

 

La sua formazione è costellata da incontri importanti con interpreti e didatti di rilievo nazionale ed internazionale. Quanto può incidere, secondo la sua esperienza, la frequentazione e l’affiancamento di un maestro nel percorso di un allievo di talento?

«Il maestro, oltre a dare lezioni, dà l’esempio; se l’esempio viene dato da un massimo esponente, l’alunno avrà un esempio di alto livello, è tutto proporzionato.  Personalmente ho sempre notato che più era alto il livello del musicista con cui mi rapportavo e più la sua comunicazione era semplice e diretta, e tendeva a porsi su un piano di parità. Il tentativo di mantenere una certa distanza l’ho notato nei musicisti mediocri, forse, per paura che l’allievo possa carpire troppo».

 

Oltre all’attività concertistica, si dedica all’insegnamento. Quali sono i consigli più importanti che cerca di trasmettere ai suoi allievi?

«L’invito che faccio ai miei alunni è di avere sempre la percezione che quello che si fa è gratificante: non posso immaginare uno studio musicale sotto forma di coercizione e sofferenza, è un tipo di studio che prende così profondamente la personalità che costringe finanche a modificare i propri comportamenti abituali e quotidiani; deve esserci una sorta di vocazione, deve essere sempre vivo l’interesse per la musica in chi la studia. Quando ci si affaccia allo studio musicale, la fase iniziale è sempre quella più difficile da apprendere, la tecnica è la parte più sofferente. Se non si ha grande gioia e soddisfazione nel farlo diventa inutile: il consiglio è quello di essere sempre sorridenti, questo è quello che cerco di trasmettere ai miei allievi».

Martina Modica

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"Insieme" esce col n° 0 l'8 dicembre del 1984. Da allora la redazione è stata la "casa di formazione" per tanti giovani che hanno collaborato con passione ed impegno.



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