Società

Pubblicato il 3 Aprile 2024 | di Saro Distefano

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Un simpatico benvenuto in casa

Una casa come migliaia di altre. Il classico palazzetto di tre piani del quartiere Beddio che si espanse a macchia d’olio, e molto disordinatamente, negli anni 60. Quel reticolo di strade, sovente strette in maniera inspiegabile, che uniscono il corso Vittorio Veneto nella parte alta, dov’è il Mulino Curiale, e la piazza Tamanaco. Una piazza che non si chiama così, anche se il portavoce del sindaco Cassì l’ha così definita in un ufficiale comunicato stampa dell’amministrazione. In somma, tutte quelle via dei Mirti, dell’Olivo, dell’Ebano, dell’Acero.

Ebbene, all’ingresso di questa casa per il resto anonima e senza alcuna distinzione, è fissata una targhetta in plexiglas. Riporta (e la nostra foto di bassa qualità dovrebbe provvedere comunque in tal senso) il celebre Salmo 23, tra i più conosciuti dell’Antico Testamento, nel quale Davide descrive Dio come il suo Pastore. Una pagina bellissima, colma di insegnamenti, apprezzabile sempre, in ogni circostanza della vita di ciascuno di noi.

Ho notato la targa non certo per le dimensioni. In effetti supera di poco i venti centimetri di larghezza per cinque di altezza. Credo di averla notata perché è un fatto raro, non certo unico, l’aver sistemato una targhetta con un salmo all’ingresso di una civile abitazione.

Non si usa, almeno non qui da noi.

Eppure, sarebbe bello se si prendesse l’abitudine di collocare targhette di questo tipo agli ingressi, anche delle case di non credenti, che potrebbero comunque avvitare targhette con frasi tratte da pagine delle Sacre Scritture, ma volendolo anche di diversa provenienza, quale che sia l’argomento, il tema, l’autore.

Ritengo infatti che entrando e uscendo da casa, e anche solo “buttando l’occhio” alla frase, si potrebbe dare alla giornata una indicazione diversa rispetto a quanto è stimolato dai cattivi pensieri, dalle preoccupazioni, dagli incontri “negativi”.

E non solo all’ingresso delle case. Perché no, all’ingresso di luoghi di lavoro, laddove è possibile sistemare targhe con frasi attinenti alla collaborazione, al lavoro di squadra, traendo frasi celebri ed aforismi (tra l’altro di facile reperimento grazie ad Internet ed ai frequentatissimi social).

Tornando al fatto che dalle nostre parti non è diffusa l’abitudine di collocare targhe all’ingresso degli immobili, è giusto ricordare che i “nostri fratelli maggiori”, gli ebrei, hanno invece continuato a coltivare da millenni questa loro tradizione. La chiamano “mezuzah”, letteralmente lo stipite della porta. È un oggetto rituale, e consiste in una piccola pergamena con passi della Torah (sulla unicità di Dio e alcuni obblighi previsti dalla loro religione). La mezuzah viene incollata o avvitata sullo stipite della porta di casa, a destra rispetto a chi entra, e a circa due terzi dell’altezza della porta, in ogni caso a portata di mano. Non si applica alle porte di stanze dove non si abita (cucina, bagno, ripostiglio) ed è usanza che chi entra in casa tocchi la mezuzah con le dita e poi baci le dita stesse, in segno di rispetto per la Torah di cui la pergamena contiene i passi.

Il nuovo inquilino di una casa darà una festa il giorno in cui appone la mezuzah alla porta, ed è molto diffuso in Israele – quale regalo per una nuova casa – una mezuzah, possibilmente in argento o comunque di pregio.


Autore

Nato a Ragusa nel 1964 è giornalista pubblicista dal 1990. Collabora con diverse testate giornalistiche, della carta stampata quotidiana e periodica, online e televisive, occupandosi principalmente di cultura e costume. Laureato in Scienze Politiche indirizzo storico, tiene numerose conferenze intorno al territorio ibleo.



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