Il valore simbolico del numero 50
Proseguiamo la nostra analisi teologica sulle radici del Giubileo cristiano, alla luce delle considerazioni dei Padri, nell’epoca della Chiesa primitiva. Dalle testimonianze scritte giunte fino a noi, si rileva che nel III secolo d.C. le riflessioni più significative in merito al Giubileo sono riconducibili al grande egiziano Orìgene di Alessandria (185-232). In alcuni commenti esegetici sul Pentateuco (In Leviticum homiliae 7,2 e In Numeros homiliae 10,2), il sacerdote Alessandrino intende la celebrazione giubilare ebraica del cinquantesimo anno come immagine del Regno dei cieli, prefigurazione della piena remissione futura dei peccati. Tuttavia, tale remissione si radica già nel tempo presente, in cui Cristo intercede costantemente e alla sua intercessione si uniscono tutti i Santi del cielo. Siamo di fronte a una riflessione primitiva che delinea gli elementi essenziali della dottrina della Comunione dei Santi, fondamento teologico dell’Indulgenza giubilare. Nel IV secolo, sulla scia di Orìgene, numerosi Padri della Chiesa latina si riveleranno suoi debitori dal punto di vista teologico. Anzitutto il vescovo Ilario di Poitiers (310-367) introducendo il Commento ai Salmi, osserva che il Salmo 50, pur essendo storicamente successivo al Salmo 51, lo precede nell’ordinamento liturgico per il suo significato simbolico: «Poiché nel numero cinquanta, in cui è designato il sabato dei sabati, è stabilito il perdono dei peccati secondo l’istituzione dell’anno giubilare» (Ilario, Tractatus super Psalmos, Instructio Psalmorum 10). Anche Ambrogio di Milano (339-397) si rifà a Orìgene quando afferma: «Nel cinquanta della Pentecoste vi è il numero giubilare della remissione, in virtù del quale lo Spirito Santo è stato mandato dal cielo a infondere la grazia nel cuore degli uomini» (Ambrogio, De Noe et arca 33,123). Ancora Ambrogio riprende il valore simbolico del numero cinquanta in riferimento alla penitenza del re Davide: «Esso è il numero della remissione, per cui i vizi vengono trasformati in grazia» (Ambrogio, De apologia David 8,42). Invece, Gerolamo (347-420) è il primo autore cristiano a utilizzare il termine iubilaeus come sostantivo con significato proprio, traducendo così l’ebraico yôbel (corno di ariete il cui suono dava inizio all’anno santo ebraico) di Lv 25,10 e richiamandone il senso originario di anno della remissione annunciato dal suono delle trombe (In Isaiam 2,3,3 e In Amos 2,5,3). Da eccellente biblista, egli spiega inoltre che il vero Giubileo si è già compiuto nell’evento di Pentecoste ma al contempo tende verso la sua perfezione escatologica, alla fine dei tempi. Così scrive Gerolamo: «Nel Giubileo, cioè nel cinquantesimo anno, ogni possedimento è restituito al proprietario. Difatti, mentre siamo schiavi nei sei giorni di questo mondo, nel settimo giorno, ossia nel vero ed eterno sabato, saremo pienamente liberi» (Adversus Iovinianum 2,25). In altri termini, quel numero cinquanta, fino ad allora riferito alla dimensione terrena e alla penitenza, per Gerolamo assume anche un valore escatologico: esso risulta dal sette moltiplicato per sé stesso (la settimana cosmica), a cui si aggiunge l’unità, cifra della pienezza dell’eternità. In conclusione, nei principali Padri latini la concezione spirituale del Giubileo si mantiene in equilibrio tra l’invito alla conversione che proviene dalla predicazione di Cristo (Lc 4,18-19) e l’aspirazione alla remissione finale delle colpe, pur conservando una tendenza alla dimensione cronologica o numerologica, che influenzerà anche il primo Medioevo già a partire da Agostino. Cercherò di esaminare meglio questo aspetto un po’ più complesso nel prossimo numero.
Giuseppe Di Corrado
