Vita Cristiana

Pubblicato il 8 Luglio 2025 | di Redazione

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Dalla Diocesi di Chiclayo «Vi raccontiamo chi è il nostro padre Robert»

Silvana Cardenas Rojas, della Diocesi di Chiclayo, ha conosciuto l’attuale Leone XIV durante il periodo che il Papa trascorse nella missione in Perù. In questa intervista aiuta anche noi a conoscerlo meglio.

«Sono Silvana Cárdenas Rojas, faccio parte – si presenta – di una comunità ignaziana. Tempo fa ho fatto parte di una Comunità di Vita Cristiana chiamata CVX Emaús. Mi descrivo come una persona tranquilla, tenera ed empatica».

 

Quale è il tuo ruolo nella chiesa in Chiclayo?

«Attualmente faccio parte di un’équipe di laici che si è formata per offrire e accompagnare gli esercizi spirituali. Inoltre, sto seguendo un corso di specializzazione in accompagnamento spirituale. Faccio anche parte del coro della Parrocchia Nuestra Señora de la Consolación, e nelle celebrazioni più importanti della Diocesi collaboro con il coro della Cattedrale. Durante il mio tempo nella comunità CVX, ho vissuto un periodo di grande apprendimento. Lì ho fatto il mio primo esercizio spirituale e sono stata molto accompagnata e accolta dai membri della mia comunità. Sono arrivata anche ad essere la coordinatrice, un lavoro impegnativo ma molto gratificante, che ha riempito il mio cuore».

 

Come è composta la diocesi di Chiclayo?

«Ho solo alcune informazioni: la diocesi è composta da molti sacerdoti diocesani e dalle parrocchie dei diversi distretti di Chiclayo. Organizzano le celebrazioni più significative della città e delle parrocchie unite. Tengono assemblee per riunirsi e cercare sempre l’unità e la condivisione delle risorse importanti per l’evangelizzazione. È una diocesi molto gioiosa, fervente, fedele, unita, solidale e impegnata».

 

Quale è la situazione giovanile in Perù, quali difficoltà hanno i giovani?

«Attualmente i giovani sono molto aperti alla partecipazione, ma sono anche influenzati dalle storie personali che ciascuno porta con sé. Queste storie a volte li avvicinano alla Chiesa, ma altre volte li allontanano. La tecnologia gioca un ruolo importante, essendo un’arma a doppio taglio: può distrarli oppure essere utilizzata per l’evangelizzazione e attività produttive. Penso che molti giovani portino dentro di sé le ferite di una generazione in cui spesso non sono stati cresciuti dai genitori, ma dai nonni o da altre persone, poiché i genitori lavoravano e non si dedicavano a loro. Questo ha dei pro e dei contro nel comportamento giovanile, ma quando entrano in contatto con la Chiesa, possono guarire la loro storia e trovare motivazione per crescere in molti aspetti».

 

Quando hai conosciuto Robert Prevost?

«Ho avuto l’opportunità di conoscere Robert Prevost quando facevo parte della comunità CVX. Frequentava la casa di ritiri per alcune messe significative e incontri. Ricordo di aver partecipato a una conferenza su Oscar Romero. Ricordo anche la sua presenza importante in una marcia per il pianeta (sul tema della cura della casa comune), che ho contribuito a organizzare e che si è svolta per le principali vie di Chiclayo».

 

Quale era il suo rapporto con la gente e con i giovani?

«Il suo rapporto con i giovani era molto stretto. Cercava anche l’unità dei gruppi giovanili a Chiclayo. Grazie a questo, ho potuto uscire dalla mia comunità e rappresentarla, in quanto per un periodo sono stata coordinatrice della rete giovanile. Partecipavo a riunioni della pastorale giovanile con tanti giovani provenienti da diverse parrocchie e comunità, e mi sono arricchita grazie ai loro diversi carismi, condividendo a mia volta la spiritualità ignaziana. È un ricordo molto bello di unità nella diversità dei carismi.

Robert desiderava che i giovani avessero un ruolo importante anche nelle decisioni prese nei consigli, dove solitamente partecipavano solo i parroci».

 

Raccontami un episodio che ti ha colpito di lui

«Ricordo l’aneddoto della marcia per il pianeta: un gruppo della casa di ritiri, insieme al sacerdote gesuita Juan Sima SJ (che riposi in pace), organizzò questa grande marcia per la cura del pianeta. Fu un’iniziativa importante, e proprio all’inizio della marcia, Robert si presentò e si avvicinò per prenderne parte, dandoci il suo sostegno e dicendoci che stavamo facendo bene. Per me fu qualcosa di molto significativo, che mi riempì di gioia e di entusiasmo. Un vescovo molto vicino al suo gregge».

 

Ti aspettavi che potesse diventare Papa?

«Quando terminò il suo servizio episcopale perché fu chiamato a Roma dal Papa, mi venne da pensare se stesse salendo nella gerarchia, anche se fu solo un pensiero. Poi, quando si avvicinavano le votazioni per il conclave, pensavo a lui, che era a capo di una congregazione importante, e dentro di me speravo che potesse diventare Papa. Ne parlai anche con un’amica, come un desiderio interno».

 

Quale è stata la reazione dei Chiclayo quando ha appreso la notizia? E la tua?

«Siamo stati molto emozionati, davvero felici che ci abbia menzionato in modo così specifico. Io ero sotto shock, dissi: “Non ci posso credere!”. Era qualcosa che avevo sentito dentro di me, e poi, vedendo le sue lacrime e il suo saluto, mi commossi fino alle lacrime. I miei genitori mi chiamarono molto contenti, e con mia madre piansi anch’io. Le dissi che Padre Juan Sima, che riposi in pace, suo compatriota di Chicago (anche lui statunitense, ma da molti anni in Perù), lo aveva sicuramente aiutato. Per me Juan è stato un padre spirituale. Sapere che Robert è diventato Papa mi ha profondamente toccato».

 

Questa periferia del mondo è nel cuore del Papa per la sua storia, lo ha formato come vescovo tra la gente, cosa ti aspetti da questo pontificato?

«Spero che continui sulla linea di Papa Francesco, e questo mi dà anche gioia: sapere che il cammino proseguirà. Mi auguro che la nostra Chiesa continui a camminare insieme nella sinodalità, nella giustizia e nella carità verso i più vulnerabili, i migranti, nel sostegno ai giovani, e che sia una Chiesa “in uscita”, che raggiunge le periferie, che sente e si fa empatica con i popoli e gli esseri che soffrono».

a cura di Salvatore Burrometo

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"Insieme" esce col n° 0 l'8 dicembre del 1984. Da allora la redazione è stata la "casa di formazione" per tanti giovani che hanno collaborato con passione ed impegno.



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