In memoria di papa Francesco nell’anniversario della morte
Dopo il no al card. Pizzaballa e l’inizio della guerra contro l’Iran, gli interventi di papa Leone XIV sull’attuale condizione umana nel mondo sono decisamente saliti di tono, e la scomposta reazione di Trump non si è fatta attendere. Tra l’altro, come un moderno adolescente in crisi di identità, ha utilizzato, come spesso succede, in maniera grottesca uno strumento social per fare apparire prima la sua immagine trasfigurata in quella di Gesù e poi l’immagine di Gesù posta affettuosamente accanto alla sua. Insomma, il presidente americano, oltre che volere dominare tutto e tutti si presenta come il rappresentante per eccellenza di Gesù, in grado di impartire una lezione anche al Pontefice.
Di Gesù nel Vangelo di Giovanni si narra che, interrogato da Pilato se fosse il re dei Giudei, rispose: “Il mio regno non è di questo mondo: Se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei” e subito dopo aggiunge che lui è re, ma in ben altro senso: “Sono nato e venuto al mondo per rendere testimonianza alla verità”. Quindi Gesù non ha alcun esercito alle sue dipendenze (gli eserciti caratterizzano questo mondo), nemmeno per la sua autodifesa. La sua unica arma è stata quella di testimoniare la verità, unica arma atta a cambiare radicalmente il volto di questo mondo. Al momento del suo arresto aveva detto a chi voleva difenderlo con la spada di rimetterla al suo posto perché, come narra Matteo, “tutti quelli che metteranno mano alla spada periranno di spada”. Dopo questo accenno ai Vangeli, qualcuno è in grado di ravvisare una qualche somiglianza tra Trump e la sua visione della realtà, (ricordandosi anche che ha minacciato di spazzare via in un sol giorno un’intera civiltà), e Gesù e la sua visione della vita? Però di fronte all’ attacco di Trump e, implicitamente, dei poteri che rappresenta, occorre evidenziare altri aspetti. Esiste un profilo importante e decisivo, scarsamente presente nei diffusi commenti apparsi sul caso. Nelle prese di posizione del Papa un momento di grande rilievo è costituito dalla citazione di un passo dell’Antico Testamento, il cui autore non viene menzionato. Si tratta del passo in cui si afferma che Dio non accetta le preghiere di chi ha le mani insanguinate dal sangue delle proprie vittime. L’espressione è del profeta Isaia, grandissimo pensatore, che si pose in modo profondamente alternativo nei confronti della cultura religiosa bellicosa e nazionalista della sua epoca. Isaia è un ebreo e l’altro ebreo Gesù si dichiarò il realizzatore del suo annuncio universale di salvezza e guarigione dalle varie sofferenze che affliggono l’uomo. Il profeta, oltre ad avere trasformato il monoteismo nazionalista, (ispiratore dell’aberrante dichiarazione del ministro della difesa statunitense), nel monoteismo del Dio di tutti (tutti i popoli sono suoi figli e alla fine tutti saranno da Lui ristorati), trasforma radicalmente la concezione primitiva del Dio degli eserciti. Tale Dio, guida dell’esercito dei regni giudaici che deve distruggere, -comprese donne e bambini- i popoli nemici, viene trasformato nel Dio che combatte contro tutti i potenti della terra e li combatte non in nome di una determinata entità nazionale, ma esclusivamente in nome degli emarginati, degli oppressi e dei poveri di tutta la terra. Isaia manifesta questo Dio con parole esaltanti. “Confidate nel Signore sempre, perché il Signore è una roccia eterna; perché egli ha abbattuto coloro che abitavano in alto; la città eccelsa l’ha rovesciata fino a terra, l’ha rasa al suolo. I piedi la calpestano, i piedi degli oppressi, i passi dei poveri”. E ancora: “Il Signore ha spezzato la verga degli iniqui, il bastone dei dominatori, di colui che percuoteva i popoli nel suo furore, con colpi senza fine, che dominava con furia le genti con una tirannia senza respiro. Respira ora tranquilla tutta la terra ed emana un grido di gioia”. E, quindi, il profeta, nella visione finale della vita degli uomini, proclama:” la fortezza dei superbi non è più città, non si ricostruirà mai più. Per questo tu sei sostegno al misero, sostegno al povero nella sua angoscia, riparo dalla tempesta, ombra contro il caldo”. Questo peculiare comportamento di Dio non è semplicemente solidarietà verso il povero e l’oppresso, è la manifestazione-riconoscimento del valore fondante della condizione di emarginazione, perché il grande valore che viene attribuito a poveri e oppressi scaturisce dal notevole valore di tutte le vite, anche quelle apparentemente più piccole e insignificanti. Solo su questo riconoscimento può basarsi il principio di eguaglianza e, di conseguenza, l’esaltazione della fratellanza, nonché l’affermazione di un futuro della storia umana che contempli il trionfo della giustizia e di una comunità umana fondata su di essa. Insomma tutto ciò che emerge nell’essere, tutte le forme di vita (pregevole il riferimento di Isaia ad una pacificazione che coinvolga anche la natura, che coinvolga anche le specie animali) possiedono un alto valore. Giova efficacemente alla comprensione di questo concetto una citazione tratta da un sermone del filosofo-mistico medievale M: Eckhkart : “Nessuna creatura è così piccola da non aspirare all’essere: I bruchi quando cadono dagli alberi, si arrampicano verso l’alto di un muro per mantenere il loro essere. Tanto l’essere è nobile”.
Isaia con molto coraggio (altro che debolezza!) operò affinché si potesse realizzare il suo sogno utopico (non illusione ma perentorio slancio dello spirito) di un futuro nel quale la condizione umana, intesa in senso universale, verrà riscatta da tutto ciò che la rende fragile. Un tempo nel quale le spade verranno forgiate in vomeri, le lance in falci e “un popolo non alzerà più la spada su un altro popolo, non si esalteranno più nell’arte della guerra”.
Quindi, evidenziando l’idiozia che il papa debba solo occuparsi di morale, Leone XIV deve insistere, come sta facendo, nel suo atteggiamento, avendo sempre più a riferimento anche il vigore e il ricco mondo di valori di Isaia. Ma questo riferimento, al di là della formale credenza nell’esistenza di un Dio, va fatto da un numero sempre più crescente di uomini perché il cambiamento reale della condizione umana dipende da un pacifismo vibrante, sempre operativo (il perseguimento della pace richiede il perseguimento dell’eguaglianza, e, quindi, della giustizia), deciso nell’affrontare le inevitabili difficoltà e ostacoli, di quel pacifismo che, inteso e vissuto alla maniera di Isaia, costituisce l’antidoto alla debolezza degli umani e alle nefandezze che da essa scaturiscono, e costituisce l’unico modo per tentare di mandare in frantumi i troni dei potenti e consentire che i piedi di oppressi e poveri li calpestino.
Rocco Agnone
