Il lavoro è un diritto, non un privilegio
Il primo maggio è stata la festa di tutti i lavori, ma anche di chi il lavoro non ce l’ha. Essa è una data che interroga, che costringe a guardare in faccia la realtà del Paese, una realtà fatta di conquiste da difendere, ma anche di ferite ancora aperte e di nuove fragilità che il dibattito pubblico fatica a nominare con onestà.
Il lavoro c’è, ma non basta. I dati occupazionali raccontano spesso una storia parziale. Il tasso di occupazione sale, i contratti aumentano, ma quanti di questi contratti garantiscono una vita dignitosa? La sottoccupazione è la nuova frontiera della precarietà: lavoratori a tempo parziale involontario, professionisti con partita IVA costretti a tariffe da fame, giovani inquadrati con contratti che durano mesi e poi spariscono nel nulla.
C’è chi lavora quaranta ore a settimana e non riesce a pagare l’affitto. C’è chi accumula tre impieghi part-time per arrivare a uno stipendio che, trent’anni fa, sarebbe stato considerato insufficiente. Questa non è occupazione: è sopravvivenza mascherata da statistica.
Il salario minimo legale non è uno slogan ideologico: è uno strumento di civiltà. Paesi con tradizioni sindacali più forti della nostra lo hanno da decenni. È ora che l’Italia faccia lo stesso passo, con coraggio e senza cedere alle resistenze di chi confonde la tutela del profitto con la libertà d’impresa.
C’è ancora una categoria che la retorica del Primo Maggio fatica a includere, i giovani che non lavorano, non studiano e non cercano attivamente occupazione, i cosiddetti NEET. In Italia sono oltre due milioni. Non sono “sfaticati”, come una certa narrazione superficiale vorrebbe far credere. Sono, nella grande maggioranza, ragazzi che hanno smesso di credere di avere un posto nel sistema. Dietro ogni NEET c’è spesso una storia di abbandono scolastico precoce, di famiglie in difficoltà economica, di territori privi di opportunità, di un mercato del lavoro che non offre prospettive credibili a chi non ha già una rete di relazioni o un titolo universitario adeguato. Sono il prodotto di disuguaglianze che si accumulano fin dall’infanzia.
Una parola rischia di scomparire dal vocabolario del lavoro contemporaneo: dignità. Non è un concetto astratto, è qualcosa di molto concreto. È il diritto di essere trattati come persone, non come ingranaggi intercambiabili. È il diritto di conoscere i propri orari con anticipo, di non essere reperibili ventiquattro ore su ventiquattro, di potersi ammalare senza temere il licenziamento, di ricevere istruzioni chiare e rispettose, di lavorare in ambienti sicuri. La dignità del lavoratore non si misura solo in euro. Si misura nel modo in cui un datore di lavoro si rivolge al proprio dipendente.
Difendere la dignità del lavoro significa anche riconoscere il valore sociale di ogni mestiere. Chi raccoglie i rifiuti, chi assiste gli anziani, chi guida un autobus o consegna i pacchi ha un ruolo essenziale nella vita di tutti. Eppure questi lavoratori sono spesso invisibili, sottopagati e privi di tutele adeguate. Una società civile non può permettersi di trattare come secondario ciò che è in realtà fondamentale.
Il lavoro è un diritto, non un privilegio. E finché non sarà garantito per tutti, ogni festa del lavoro non potrà dirsi compiuta.
Renato Meli
