Società

Pubblicato il 23 Luglio 2026 | di Redazione

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Magnifica Humanitas: la persona prima degli algoritmi

C’è una scena, nella presentazione dell’enciclica Magnifica Humanitas, che vale più di mille commenti. Il 25 maggio 2026, nell’Aula del Sinodo in Vaticano, Papa Leone XIV siede accanto a Christopher Olah, co-fondatore di Anthropic. Intorno a loro, cardinali e teologi. La fotografia dice quello che le parole faticano a dire: per la prima volta da secoli, la Chiesa si trova seduta allo stesso tavolo di chi detiene il potere reale. Non i capi di Stato, non i parlamenti, ma gli ingegneri.

È da questa scena che bisogna partire, se si vuole capire cosa sia davvero Magnifica Humanitas. Non solo un’enciclica sull’intelligenza artificiale ma anche una diagnosi politica. Forse la più lucida che il nostro tempo abbia prodotto.

Centotrentacinque anni fa Leone XIII scrisse la Rerum Novarum, non per lamentarsi delle macchine a vapore, come ha scritto Paolo Benanti, teologo francescano, principal adviser dell’ONU sull’IA, e voce più autorevole che la Chiesa abbia oggi su questi temi. Leone XIII scrisse perché la rivoluzione industriale aveva concentrato il controllo sulle vite umane in mani che non rispondevano di nulla a nessuno. Quel documento non parlava di tecnologia. Parlava di potere squilibrato e di chi pagava il prezzo.

Oggi il meccanismo è identico. È cambiato il soggetto: non il capitale industriale, ma il capitale computazionale. Non le fabbriche, ma i data center. Non i padroni delle ferriere, ma i proprietari degli algoritmi.

La politica questo non riesce a dirlo. I parlamenti europei discutono di regolamenti tecnici sull’IA, trasparenza, bias, responsabilità, come se il problema fosse calibrare uno strumento. Leone XIV, invece, pone la domanda a monte: chi possiede lo strumento? E chi decide per tutti gli altri?

L’IA è la nuova questione operaia, Magnifica Humanitas lo dice senza perifrasi. Dietro ogni sistema di intelligenza artificiale c’è lavoro invisibile, migliaia di persone nel Sud del mondo pagate una miseria per etichettare dati, moderare contenuti, addestrare modelli. È la catena di montaggio del XXI secolo. Stessi meccanismi, nuovi nomi. L’operaio di oggi non sta in fabbrica, sta davanti a uno schermo, da qualche parte in Kenya o nelle Filippine, a insegnare a una macchina a riconoscere la violenza per pochi dollari al giorno.

Nessun governo occidentale ha ancora affrontato questa realtà con la stessa radicalità con cui lo fa l’enciclica. Il documento denuncia anche lo sfruttamento minerario per i dispositivi elettronici, e le piattaforme digitali usate per reclutare vittime della tratta. Non si tratta di note a piè di pagina ma di capitoli centrali.

Benanti aveva già scritto, mesi prima della pubblicazione, che l’errore più comune è leggere la questione dell’IA come una questione tecnologica. È una questione sociale. Di classe, diremmo con una parola antica. Di chi beneficia del progresso e chi lo subisce, diremmo con una più moderna.

L’enciclica è la conferma.

Il vero problema non è la macchina. «Siamo un desiderio, non un algoritmo.» È la frase che attraversa tutto il documento. Ma sarebbe un errore leggerla come consolazione spirituale. È una affermazione politica. Significa che la persona umana non è riducibile a dati, a preferenze, a comportamenti prevedibili. E che chi costruisce sistemi fondati su questa riduzione, chi profila, sorveglia, decide al posto dell’uomo, sta esercitando un potere che nessuna legge democratica gli ha conferito.

Il vero problema, dice Leone XIV, non è l’intelligenza artificiale. È che chi la possiede non risponde a nessuno. Né agli Stati, sempre più deboli di fronte alle grandi piattaforme. Né al mercato, che premia l’efficienza e non la dignità. Né agli elettori, che raramente capiscono cosa votano quando votano sul futuro tecnologico.

Il Papa, invece, risponde con 245 paragrafi che non lasciano scampo.

C’è un paradosso al cuore di Magnifica Humanitas. Un’istituzione millenaria, verticale, non elettiva, produce il documento più avanzato che il dibattito pubblico abbia oggi sull’IA e il potere. Mentre i governi rincorrono le aziende tecnologiche con regolamenti che arrivano sempre in ritardo, la Chiesa anticipa il problema di un decennio, esattamente come fece nel 1891.

Questo non significa che la Chiesa abbia ragione su tutto. Né che le sue soluzioni siano le uniche possibili. Ma significa che esiste ancora un soggetto capace di guardare oltre il ciclo elettorale, oltre il trimestre finanziario, oltre il singolo Stato nazionale, un soggetto che parla a miliardi di persone, su tutti i continenti, in tutte le lingue.

Mentre i policy maker leggono i comunicati delle grandi aziende tech, Leone XIV ha invitato uno di loro a sedersi accanto ai suoi cardinali. E gli ha detto, a braccio, davanti a tutti: «A nome della Chiesa accetto il vostro invito a camminare insieme.». Non è un gesto di resa, anzi.

Renato Meli

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"Insieme" esce col n° 0 l'8 dicembre del 1984. Da allora la redazione è stata la "casa di formazione" per tanti giovani che hanno collaborato con passione ed impegno.



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