Società

Pubblicato il 2 Febbraio 2026 | di Vito Piruzza

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Educare alla Pace Disarmata: la sfida urgente della Chiesa

Mentre il mondo sembra ormai da anni indirizzato verso una china di aggressività bellicista, una voce si è sempre levata chiara e coerente a denunciare ogni violenza, Papa Francesco prima e in perfetta continuità Papa Leone.
Il saluto del neoeletto Papa Leone dalla Loggia delle benedizioni “La pace sia con tutti voi” ha evidenziato, l’ansia più grande che attanaglia il mondo in questo periodo; sempre in quel primo messaggio il Papa ha definito la Pace “disarmata e disarmante”.
Oltre la denuncia la comunità ecclesiale si pone il problema ben più sfidante di formare delle coscienze che non si lascino anestetizzare da una abitudine alla violenza che sembra stia pervadendo le nostre società.
Nello specifico la C.E.I. facendosi carico di quel saluto che era anche un appello il 5 dicembre ha pubblicato una Nota Pastorale Intitolandola appunto “Educare a una Pace Disarmata e Disarmante”; sull’argomento i Vescovi italiani avevano già pubblicato una nota nel 1998, ma in questi 27 anni i rivolgimenti che si sono registrati ne hanno reso necessario l’aggiornamento.
L’obiettivo è quello di fornire a tutte le comunità uno strumento di lettura della realtà e un percorso sia dottrinale che ideale per divenire cellule di costruttori di pace sia operando una conversione interiore che operando in modo conseguente, ed infatti il documento si sviluppa partendo da uno sguardo sullo sconsolante panorama che si presenta davanti a noi di un mondo in cui “tragicamente, in molte sue regioni, conflitti e violenza continuano a distruggere la vita di tante persone”.
L’esigenza di una cultura di pace non è un vezzo ideale, ma parte da una analisi completa dell’attualità ed infatti la prima parte della nota pastorale è dedicata a uno sguardo sulla nostra società, e sul risveglio dall’ottimismo dello scorso fine secolo in cui “si era convinti che tutti i conflitti, anche quelli sociali, andassero verso la dissoluzione”. Il nuovo secolo ha evidenziato la delusione per cui “sono insomma via via venuti meno quegli ideali di pace e di prosperità sostenibile che fondavano una promessa di futuro di fatto disattesa”. “Di fronte alle crisi politiche che si aprivano – Balcani, Afghanistan, Iraq, Libia, Siria – si è scelta spesso la violenza, giustificata come umanitaria o perché esercitata a difesa dell’ordine internazionale. La crisi economica e finanziaria del 2008 ha mostrato poi i limiti di un modello economico che accresceva le diseguaglianze, rivelando la fallacia della promessa di benessere globale del liberismo.”
La crisi ha favorito il dilagare dei nazionalismi “che evocano una presunta età dell’oro per promettere prosperità a chi difende l’identità.” Il passaggio all’ostilità verso lo straniero, il diverso, chi professa un altro credo diventa quasi uno sviluppo naturale.
È questo mutato contesto che vede nascere la “guerra mondiale a pezzi” denunciata da Papa Francesco: il massiccio ricorso alla guerra per risolvere qualsiasi contrasto internazionale e conseguentemente si “torna a investire massicciamente in armi, anche nucleari, sempre nuove, sempre più devastanti”; in questo panorama la rete con l’intelligenza artificiale “è diventato un ambiente che riconfigura la percezione del reale, produce identità frammentarie e genera letture degli eventi sganciate dalla realtà dei fatti” nei fatti un ulteriore campo in cui di consuma un nuovo tipo di conflitto: la guerra ibrida.
Ed anche uno dei pochi esempi in controtendenza rispetto a questo scenario l’Unione Europea che ha proprio nella sua logica fondativa l’eliminazione del conflitto è sottoposta allo stress dei nazionalismi che albergano al proprio interno.
Il clima di violenza ovviamente non si limiti ai rapporti fra le nazioni, ma i rigurgiti scoppiano anche all’interno delle comunità: femminicidi, accoltellamenti per futili motivi, baby gang, razzismo etc.

“Alla violenza non possiamo assuefarci!”

Un percorso educativo, ma direi l’esigenza di un percorso rieducativo, non può prescindere da una riflessione sulla Bibbia: “La Scrittura non permette di riposare su un ideale astratto di pace, come premio che rinsalderebbe l’ordine del mondo secondo criteri di merito per un benessere fatto di prosperità e successo. La pace è frutto di lotta e di cura, anche in Dio.”
“La pace di Cristo è diversa da quella che dà il mondo (cf. Gv 14,27), perché non è frutto di ragionevoli compromessi o rapporti di forza, ma ha origine nel riconoscimento che ogni persona è figlia di Dio, in una fratellanza/sororità estesa anche al nemico (cf. Mt 5,44; Lc 6,27.35).”
Operata però questa premessa la Nota si fa carico di rivedere alla luce degli sviluppi dottrinali anche il concetto di “guerra giusta” che aveva una valenza nel medioevo, ma in un periodo in cui le armi distruggono tutto coinvolgendo senza distinzione di militari, civili, bambini, soggetti fragili etc.
Questo dicono infatti i pronunciamenti dell’ultimo secolo puntualmente richiamati nel documento fino all’Enciclica Fratelli Tutti: “non possiamo più pensare alla guerra come soluzione, dato che i rischi probabilmente saranno sempre superiori all’ipotetica utilità che le si attribuisce. Davanti a tale realtà, è molto difficile sostenere i criteri razionali maturati in altri secoli per parlare di una possibile “guerra giusta”. Mai più la guerra!»
Ecco quindi la proposta di un percorso verso la pacificazione degli animi che coinvolge tutta la vita della società: l’economia, il rispetto dell’ambiente, il rifiuto della corsa agli armamenti, il rifiuto di esercitare la violenza, l’uso corretto della rete.
Intanto “il dialogo sociale come contributo per la pace: ogni visione di pace autentica deve prevedere l’inclusione sociale dei poveri, in uno «sviluppo integrale di tutti»”
“La pace tra gli umani va di pari passo con quella con la terra: occorre un approccio sostenibile teso a superare l’economia dello scarto, per orientare a un’economia circolare.”
“La corsa agli armamenti non garantisce pace: occorre regolamentarne produzione e commercio, per evitare che interessi privati o collettivi compromettono l’ordine giuridico internazionale.”
“L’ambiente digitale non è neutrale: richiede una governance politica matura, regole chiare, responsabilità condivisa e una particolare attenzione alla tutela dei più vulnerabili”.
Il salto dalla logica della guerra giusta alla logica di “beati i costruttori di pace” è l’orizzonte a cui guardare; un orizzonte per il quale non basta qualche evento dedicato alla pace, ma che comporta inserire questo dovere educativo in ogni azione ecclesiale, iniziare a vedere “la pace «come un vocabolario più che come un vocabolo», secondo la felice espressione di don Tonino Bello”, cominciando a costruire il percorso in famiglia, nelle piccole comunità, nella scuola, delegittimando la violenza in favore del rispetto dell’altro.
“La cultura del rispetto deve diventare grammatica quotidiana della vita associata e anche nel rapporto col creato vanno superati approcci violenti e sfruttatori, per orientarsi invece alla cura.”
La testimonianza dei tanti apostoli della non violenza, che vengono citati in dettaglio, indicano una via che non è solo ideale, ma concreta, realizzabile se percorsa avendo interiorizzato il rifiuto della guerra e la ricerca della giustizia e della verità (elementi su cui si deve costruire pace), ricercando il dialogo democratico e valorizzando una difesa della patria che si eserciti anche e soprattutto tramite il servizio civile, obbedendo a un principio di cura e gratuità profondamente educativi per costruire una cultura della pace.
“La radicalità dell’annuncio evangelico va presa sul serio: la chiamata a essere operatori di pace deve farsi storia e vita delle comunità … esige il coraggio della parola che non vuol vincere, ma convincere”.

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