Cultura

Pubblicato il 25 Aprile 2014 | di Andrea G.G. Parasiliti

Luciano Nicastro, il cavaliere crociato e Colapesce

Cercare di scrivere qualche parola su Luciano Nicastro, o su un suo libro, è atto di grande presunzione. In buona sostanza, è come sfidare la morte a scacchi. La quale, non a caso, è lì, bella, sulla copertina del suo ultimo libro, Misterium Hominis, pubblicato dall’editrice Sonia Baglieri, che con questo volume inaugura la collana «Ulisse».

La prima volta che lo incontrai, eravamo entrambi nei chiostri dell’Università Cattolica di Milano. Sarà stato il novembre del 2008. Mi dissero, che quell’uomo vestito così e così, con la barba colì e colì, era il filosofo e sociologo ragusano che da tempo speravo di incontrare. Lo pedinài. Entrò nella cappella del Sacro Cuore, quella sulla destra dell’ingresso principale della Cattolica, quello di Largo Gemelli. Appena entrai pure io, lo trovai mentre pregava al fianco di Virgilio Melchiorre, uno dei suoi maestri, un docente di Filosofia Teoretica, ormai emerito nel nostro ateneo milanese. Un tipo molto particolare anche lui: uno che, in tempi sospetti, ovvero negli anni ’70, pubblicava con Giangiacomo Feltrinelli. Dunque mi avvicinai e gli chiesi: «Mi scusi, ma lei è il professor Luciano Nicastro di Ragusa?», «Sì, così mi chiamano», e mi abbracciò.

Nel corso di questi anni, Luciano mi ha iniziato alla problematicità dell’altro, della persona, del fratello, e del fratello immigrato. La centralità dell’uomo e la responsabilità nei confronti dell’altro e, non ultimo, alla cura del sé. In buona sostanza, Luciano è un maestro di grande generosità, di quella stessa generosità che portò Antonius, il nobile cavaliere crociato del Settimo Sigillo, a lasciare alla morte la possibilità di modificare la disposizione dei pezzi sulla scacchiera, consentendo agli ultimi, a una famiglia di saltimbanchi, di scappare e quindi di salvarsi.

Una settimana fa, al mattino del Venerdì Santo, intorno alle 9 e 30, tornato io a Ragusa, Luciano è venuto a salutarmi. Entra in casa, ci salutiamo e mi porge un libro in regalo. Si tratta di un libro che raccoglie lettere e pensieri di don Tonino Bello, vescovo di Molfetta: Servi inutili a tempo pieno: testimoni gioiosi per evangelizzare il mondo, Cinisello Balsamo, Edizioni San Paolo, 2012. Ci sediamo sul divano, dunque e, non si sa come, una mamma, una nonna, comunque una donna, si materializza e ci porta un caffé e delle prebende, per consentirci di continuare a parlare evitando cali di zuccheri.

A un certo punto gli chiedo il suo punto di vista sul suo nuovo libro che presenterà il 28 aprile alla Camera di Commercio Misteriumdi Ragusa, con quella stessa Tina Petrolito del «21 marzo ragusano» e con Luca Farruggio di Gesù al bar e del ricordo di Manlio Sgalambro. Non mi parla del libro in sé. Però mi dice alcune cose che mi hanno lasciato tanti spunti:

«Vedi, caro Andrea, noi crediamo in Dio non perché siamo capaci… Questa sarebbe un’aberrazione, una deviazione, un abbandonare il senso autentico della cultura dei popoli del Medio Oriente. Per loro Dio esiste perché il creato non potrebbe giustificare se stesso. Per questi popoli, la natura non si giustifica da sé. Detto ciò, per quanto riguarda la Parola di Dio, è necessario prestare ascolto al silenzio per capire il linguaggio della Parola. Il credente è colui che ascolta, e poi entra in comunione con Dio: non è colui che studia e dimostra con la teologia e la filosofia. In realtà, queste servono solo dopo, dopo che abbiamo ascoltato Dio».

Si ferma un attimo, beve un goccio d’acqua, e poi mi confida piano piano: «Io devo arrivare a Dio attraverso l’orecchio, attraverso la parola, non cogl’occhi… Fra tutti e cinque i sensi, quello che mi fa diventare credente è l’ascolto, l’orecchio. Pensa a Mosé. È Dio che parla, che si rivela, non è la mia intelligenza che lo rivela».

«L’amore di Dio, Misericordioso, vuol far felice il figlio. Ma questo figlio è tutto particolare. Ricordi, qualche tempo fa, scrissi un libro dal titolo Politica, passione inutile?

Argomentando, arrivai a dimostrare che non è così. Ma a proposito di inutilità, Sartre diceva che Dio era una passione inutile per l’uomo. E invece tutto il sogno della modernità è stato quello di creare un dio che fosse la realizzazione dell’uomo. Sartre diceva che l’uomo è già Dio».

Come al solito, in maniera accorata, conclude il suo discorso parlandomi degli immigrati, delle famiglie di giovani immigrati nel nostro territorio che vivono la sofferenza e l’insofferenza. Mi dice che bisogna lavorare soprattutto per i più piccoli, che non devono trovarsi svantaggiati di fronte ai propri coetanei.

Lui non lo sa, ma il suo libro, io, l’ho letto. Ed è un pugno di diamanti lanciati in aria al solleone. Al desiderio trascendentale dell’uomo, segue un capitolo in più, un regalo, dal titolo “annessi”. Questo capitolo parla della Sicilia e della sicilianità come ricca metafora antropologica. Ciò che mi commuove e che mi sorprende, è che si ha, a un certo punto la sensazione che alla domanda di Dominique Fernandez (Ogni volta che avvicino un siciliano è come se affrontassi una battaglia il cui esito si presenti incerto. Con chi ho a che fare? Quale corda devo toccare?), Luciano alla “sottigliezza greca, alla brutalità punica, al fatalismo musulmano, all’orgoglio spagnolo, alla fuberia napoletana” e, com’è noto, alla loro commistione, egli aggiunga la generosità di Colapesce, che si immola per il futuro della sua isola e cerca di tenerla in vita con la forza delle sue braccia. E proprio così è il nostro Luciano, che, con la generosità di Colapesce e dell’Antonius di Bergman in copertina, continua a regalarci la nostalgia del futuro.

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Autore

Andrea G.G. Parasiliti

(Ragusa, 1988). Post-doctoral Fellow della University of Toronto si è laureato in Filologia Moderna all’Università Cattolica di Milano e ha conseguito il dottorato di ricerca all’Università degli Studi di Catania. Collaboratore del Centro di Ricerca Europeo Libro Editoria Biblioteca della Cattolica di Milano (CRELEB) e, nel 2018, del PRISMES (Langues, Textes, Arts et Cultures du Monde anglophone) dell’Université Sorbonne Nouvelle – Paris 3, si occupa di Libri d’artista e Letteratura Futurista, Disability Studies e Food Studies. Fra le sue pubblicazioni: Dalla parte del lettore: Diceria dell’untore fra esegesi e ebook, Baglieri (Vittoria, 2012); La totalità della parola. Origini e prospettive culturali dell’editoria digitale, Baglieri (Vittoria, 2014); Io siamo già in troppi, libro d’artista di poesie plastiche plastificate galleggianti per il Global Warming, KreativaMente (Ragusa, 2020); Ultima notte in Derbylius, Babbomorto editore (Imola, 2020); All’ombra del vulcano. Il Futurismo in Sicilia e l’Etna di Marinetti, Olschki (Firenze, 2020). Curatore del volume Le Carte e le Pagine. Fonti per lo studio dell’editoria novecentesca, Unicopli (Milano 2017), ha tradotto per il CRELEB le Nuove osservazioni sull’attività scrittoria nel Vicino Oriente antico di Scott B. Noegel (Milano, 2014). Ha pubblicato un racconto dal titolo Odisseo, all’interno della silloge su letteratura e disabilità La mia storia ti appartiene, Edizioni progetto cultura (Roma 2014). Come giornalista pubblicista, ha scritto per il «Corriere canadese» (Toronto), «El boletin. Club giuliano dalmato» (Toronto), «Civiltà delle macchine» (Roma), l’«Intellettuale Dissidente» (Roma), «Torquemada» (Milano), «Emergenze» (Perugia), «Operaincerta» (Modica), e «Insieme» (Ragusa) dal gennaio del 2010.



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