Società

Pubblicato il 27 Ottobre 2020 | di Emanuele Occhipinti

Della gentilezza… così una dote desueta crea sana convivenza e previene i conflitti

Recuperare la gentilezza. Illustrando il suo pensiero sociale nell’enciclica “Tutti fratelli” il Papa indica una dote avverso la cultura dell’aggressività e del sopruso. Il Papa, ispirato al Santo dell’amore fraterno, San Francesco, propone a tutti “una forma di vita dal sapore di Vangelo”. E tra gli ingredienti che danno sapore, papa Francesco indica la gentilezza. Ci piace parlarne a partire dal nostro quotidiano laicale, prioritariamente immersi nella vita sociale, professionale e familiare. Sappiamo che essa non è una di quelle virtù fondamentali che trovano pagine nel catechismo; eppure il Papa considera coloro che sono impregnati di gentilezza “stelle in mezzo all’oscurità” e ricorda, citando san Paolo, che essa è un frutto dello Spirito Santo, come lo sono anche amore, gioia, pace, pazienza, cioè dimensioni che vivono coloro che sono di Cristo.

Ci fornisce pure un cenno di definizione, per evitare di confonderla con qualità personali che sanno di buone maniere o di timidezza, ovvero con le doti attribuite al venditore di enciclopedie (un tempo) o ad un operatore di call center. Gentilezza “esprime uno stato d’animo non aspro, rude, duro, ma benigno, soave, che sostiene e conforta”. È orientata al sostegno e all’aiuto degli altri a “dire parole di incoraggiamento che confortano, che danno forza, che consolano e che stimolano, invece che parole che umiliano, che rattristano, che irritano e che disprezzano”. È una lezione universale verso le relazioni sorridenti, empatiche ed inclusive, che valorizzano sia chi esercita un ruolo (pensiamo ai genitori, alle relazioni coniugali ed a tutte le relazioni familiari, idonee palestre di vita), sia chi svolge mestieri o professioni, sia chi esercita un ministero che, a maggior ragione – e non solo perché indicato dal Papa – deve essere connotato dall’esercizio della gentilezza, sinonimo, in questo caso, di accoglienza e credibilità. È quindi per eccellenza una dote dell’educatore, del leader, del pastore. Non sia un alibi né il carattere personale né le urgenze, le difficoltà o le preoccupazioni che distraggono, messe intenzionalmente da parte “per prestare attenzione, per regalare un sorriso, per dire una parola di stimolo, per rendere possibile uno spazio di ascolto in mezzo a tanta indifferenza” in uno sforzo quotidiano “capace di creare quella convivenza sana che vince le incomprensioni e previene i conflitti”. “Il conflitto – ricorro al libro di Gianrico Carofiglio “Della gentilezza e del coraggio” – fa parte della nostra dimensione individuale e collettiva”. Di fronte al conflitto si può reagire con l’indifferenza, con la violenza (e continuiamo ad ignorare la pericolosità di quella verbale), o con la mitezza; utilizzare lo strumento della gentilezza trasforma dialogo e relazione in un’energia positiva, poiché la gentilezza è la dote che fa percepire la situazione e collocare le nostre convinzioni nell’ambito dell’esistenza altrui e delle altrui convinzioni.

Allora, artigiani della pace, come il Papa auspica diventi ciascuno di noi, avviamo percorsi e processi di guarigione individuale e sociale. Lo stile è segnato: la gentilezza, guarigione dalla crudeltà.

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