Grazie, Papa Francesco!
A un anno dalla morte di Papa Francesco, la sua figura continua a emergere con una forza che non appartiene solo alla memoria, ma alla vita concreta della Chiesa e del mondo. Il tempo non ne ha attenuato la voce; al contrario, ne ha evidenziato sempre più la profondità evangelica e la capacità di leggere la storia con sguardo misericordioso e profetico. Francesco non è stato soltanto un grande Pontefice del nostro tempo, ma un pastore che ha scelto di abitare pienamente la storia degli uomini, con le sue luci e le sue ferite.
In questo primo anniversario, significativo è stato anche il ricordo condiviso da Papa Leone XIV durante il volo tra Angola e Guinea Equatoriale, nell’ultima fase del suo viaggio apostolico in Africa. Rivolgendosi ai giornalisti, ha sottolineato come Francesco abbia “lasciato e donato tanto alla Chiesa e al mondo intero, con la sua vita, la sua testimonianza, le sue parole, i suoi gesti”, richiamando in particolare il suo instancabile impegno per la fraternità e la misericordia. Parole semplici, ma dense, che confermano come la sua eredità continui a essere riconosciuta e custodita nel cammino della Chiesa.
Fin dall’inizio del suo pontificato ha tracciato una direzione chiara. Il primo viaggio fuori dalla Diocesi di Roma, l’8 luglio 2013 a Lampedusa, rimane uno dei momenti più significativi e profetici. In quella piccola isola segnata dal dramma delle migrazioni, la sua omelia ha assunto il tono di un grido che ancora oggi interroga la coscienza ecclesiale e civile. Di fronte ai migranti morti nel mare, Francesco parlò di una “spina nel cuore”, denunciando la “globalizzazione dell’indifferenza” che anestetizza le coscienze.
Le sue domande bibliche – “Dov’è tuo fratello?” – hanno assunto una forza disarmante. Non erano rivolte a un’umanità astratta, ma a ciascuno di noi. E la domanda finale, “Chi ha pianto oggi nel mondo?”, resta una provocazione ancora aperta. In quel gesto e in quelle parole si comprende già una chiave fondamentale del suo pontificato: la fede cristiana non può convivere con l’indifferenza.
Questa stessa verità si è resa ancora più evidente nel tempo drammatico della pandemia. La sera del 27 marzo 2020, sul sagrato della Basilica di San Pietro, in una Piazza San Pietro deserta e sotto la pioggia, Papa Francesco ha pregato davanti a due immagini profondamente amate dalla pietà romana: il Crocifisso di San Marcello al Corso e l’icona della Salus Populi Romani, da sempre custodita e venerata nella Basilica di Santa Maria Maggiore.
In quel momento, diventato una delle immagini più forti del nostro tempo, si è condensata una visione teologica ed ecclesiale profonda.
Subito dopo questa preghiera sul sagrato, si è svolta l’adorazione eucaristica con l’esposizione del Santissimo Sacramento, allestita nell’area del portico di San Pietro appositamente predisposta e alla presenza di un ristretto numero di persone.
Ricordo ancora la forza di quell’immagine. Non era un uomo isolato, ma un padre che si faceva carico della paura del mondo. In quella solitudine orante ho percepito la presenza di una Chiesa che non abbandona, che resta accanto anche quando tutto sembra crollare. E quelle parole rivolte a Dio – “Svegliati, Signore!” – risuonavano come un grido condiviso, non come una distanza, ma come una prossimità radicale tra il dolore umano e la fede.
Le sue parole – “ci siamo trovati impauriti e smarriti […] sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati” – hanno dato voce a un’esperienza universale. Ma soprattutto hanno rivelato una verità essenziale: “nessuno si salva da solo”. La Chiesa si è mostrata, in quel momento, come compagna di viaggio dell’umanità ferita, non come realtà separata o distante. E la domanda di Gesù – “Perché avete paura? Non avete ancora fede?” – è diventata una provocazione rivolta alla fede stessa della Chiesa.
Il suo magistero si è espresso in modo particolare attraverso due grandi encicliche sociali e spirituali, che costituiscono una delle eredità più significative del pontificato. Con la Laudato si’, Francesco ha ricordato che “tutto è connesso”, offrendo una visione integrale che unisce ecologia, giustizia sociale e responsabilità verso le generazioni future. Non si tratta solo di un documento ambientale, ma di una vera lettura teologica della realtà creata.
Con la Fratelli tutti, ha rilanciato il sogno di una fraternità universale, affermando che “siamo stati fatti per la pienezza che si raggiunge solo nell’amore”. È una visione che supera confini religiosi e culturali e richiama la vocazione profonda dell’umanità: riconoscersi fratelli.
In entrambi i testi emerge una convinzione centrale: non esiste separazione tra fede e vita, tra spirituale e sociale. Tutto è chiamato a essere attraversato dal Vangelo, che assume la concretezza della storia e delle relazioni umane.
Accanto a questi grandi orizzonti, rimane vivo anche il ricordo dell’esperienza ecclesiale vissuta come laico di Azione Cattolica nell’incontro del 3 maggio 2014 in Aula Paolo VI, in occasione della XV Assemblea nazionale dell’Azione Cattolica italiana. In quell’occasione, Papa Francesco consegnò all’intera associazione tre verbi che costituiscono una vera grammatica spirituale: rimanere, andare, gioire.
Rimanere in Cristo, nella sua amicizia, come radice della vita cristiana. Andare, senza paura, verso le periferie dell’esistenza umana, dove l’uomo cerca, soffre, spera e ama. Gioire, perché la fede vissuta insieme è sorgente di una gioia che non dipende dalle circostanze, ma dalla presenza del Risorto nella vita della comunità.
Questi verbi, nella loro semplicità, continuano a rappresentare una traccia concreta per il cammino ecclesiale e per la vita dei laici nella Chiesa e nel mondo.
Il pontificato di Francesco ha avuto la capacità di unire gesto e parola, prossimità e profezia, semplicità e profondità teologica. Ha parlato ai credenti e ai non credenti, perché la sua voce nasceva da una autenticità evangelica che superava ogni appartenenza.
A un anno dalla sua morte, Papa Francesco continua a essere una presenza che interroga. Il suo insegnamento non si esaurisce nel ricordo, ma rimane come una strada aperta. Ci ha rammentato che il Vangelo non è un’idea da comprendere, ma un incontro da vivere; non una dottrina da conservare, ma una vita da condividere; non un sistema da difendere, ma una storia da abitare.
Il suo lascito più profondo sta forse proprio in questo: aver riportato la Chiesa alla consapevolezza che il Vangelo è sempre un cammino, e che questo cammino si compie insieme.
Grazie, Papa Francesco, per averci insegnato che la fede è una storia di incontro, di misericordia e di fraternità che continua ancora oggi a generare vita.
Luciano D’Amico
