Vita Cristiana

Pubblicato il 24 Aprile 2025 | di Giuseppe La Placa, Vescovo

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Il Papa e la “luna”

  1. «Quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito». Questo antico proverbio cinese mi è tornato spesso alla mente nel corso degli anni del pontificato di Papa Francesco. E oggi, alla luce della sua morte, lo sento più attuale che mai. Il rischio più grande che potremmo correre nei confronti di Papa Francesco, infatti, è quello di fermarci all’apparenza dei suoi gesti, soffermandoci su ciò che colpisce l’occhio, senza coglierne il cuore, il senso profondo, il richiamo essenziale. Tutta la sua vita, tutto il suo ministero, è stato un dito puntato verso la luna: il Vangelo nella sua radicalità, la misericordia come volto più vero di Dio, la Chiesa come casa aperta per tutti, soprattutto per gli ultimi.

 

  1. Eppure, troppo spesso, ci siamo attardati sul dito, discutendo sulle forme, sulle parole, sugli stili, perdendo di vista ciò che egli voleva indicare. Nel giorno in cui la sua voce si è fatta silenzio, ci resta il compito di ascoltare meglio ciò che ha voluto dirci con la sua vita. Riconoscere in lui non solo un Papa dai gesti forti, ma un uomo che, con la forza mite del Vangelo, ci ha costantemente invitati a guardare più in alto, più in profondità, oltre noi stessi.

 

  1. Ricordo bene che, appena un mese dopo l’elezione di papa Francesco, scrissi un editoriale per L’Aurora, il periodico diocesano che allora dirigevo. Il titolo era: «La Chiesa confessa Cristo». Già in quel primo mese appariva chiaro che i gesti semplici e forti del nuovo Papa non erano espressioni estemporanee, ma segni eloquenti di una direzione precisa. Essi indicavano il desiderio di una Chiesa che vuole tornare alla sua verità più profonda: confessare Gesù Cristo, annunciare il Vangelo nella sua forza e nella sua bellezza. Non si trattava solo di uno stile nuovo, ma della testimonianza di una conversione, di una Chiesa che si lascia interrogare dal Vangelo e che sceglie di rimettere Cristo al centro di tutto.

 

  1. Il pontificato di papa Francesco è stato fin dall’inizio segnato da gesti semplici e sorprendenti: la croce di ferro, le scarpe nere, i saluti familiari, la rinuncia ai simboli del potere. Gesti che hanno colpito l’immaginazione del mondo, suscitando domande e ammirazione. Ma quei segni non erano il centro. Erano, piuttosto, il dito che indicava la luna. E la luna – la realtà verso cui ci invitava a guardare – era ed è il Vangelo. Cristo stesso.

 

  1. Con la sua povertà, la sua misericordia, la sua tenerezza, il suo amore per i piccoli e i dimenticati, Cristo è stato il cuore dell’annuncio di papa Francesco: un annuncio portato avanti con passione, fedeltà e radicalità evangelica. Il suo costante richiamo a una Chiesa povera e per i poveri non è stato uno slogan, né un progetto ideologico. È stato un ritorno alla sorgente, alla freschezza originaria del Vangelo. Un invito a riscoprire la vera identità della Chiesa: essere dimora della Parola, casa aperta, rifugio per chi è ferito. Una comunità che sceglie l’essenziale per servire meglio l’uomo, e attraverso questo servizio, rivelargli il volto del Padre.

 

  1. Francesco ci ha insegnato che la povertà evangelica non è, anzitutto, mancanza di beni, ma libertà del cuore. È distacco dal superfluo per abitare l’essenziale. È sobrietà che diventa segno di speranza. Solo un cuore libero, infatti, può amare davvero. Essere poveri secondo il Vangelo significa amministrare i beni come servitori, non come padroni. Non per accumulare, ma per condividere. Tutto ciò che possediamo, in realtà, ci è stato affidato per essere donato.

 

  1. «Da ricco che era, si fece povero per arricchirci con la sua povertà» (2 Cor 8,9). In queste parole si racchiude il paradigma cristiano che Francesco ha incarnato e continuamente riproposto. E questa, forse, è la sua eredità più vera: una Chiesa povera non è una Chiesa spogliata della sua arte o della sua storia, ma una Chiesa che non si lascia possedere da nulla, perché appartiene tutta al suo Signore.

 

  1. Dentro questa povertà evangelica Francesco ha incluso anche il rapporto con il creato. Ci ha chiamati a una conversione ecologica non ideologica, ma spirituale. Essere poveri nello spirito significa guardare al creato con stupore e rispetto, non da padroni ma da custodi, consapevoli che tutto è dono, tutto è relazione. La terra geme sotto il peso dell’avidità umana. Francesco ci invita a convertirci, a deporre ogni pretesa di dominio, e a ritrovare quella fraternità cosmica che ci unisce a ogni creatura. Solo così il Vangelo della povertà potrà continuare a essere sorgente di vita, di pace e di gioia.

 

  1. Essere poveri nello spirito significa guardare l’altro non come una minaccia, ma come un mistero da accogliere, soprattutto quando è diverso da noi: per lingua, cultura, fede, orientamento. È vivere la mistica dell’incontro, che Papa Francesco richiama con forza nel suo Magistero, uno stile di prossimità che si fa accoglienza, dialogo, riconciliazione. È questa la vera profezia di un’umanità diversa, capace di costruire ponti e non muri. Solo un cuore povero, cioè libero da pretese e sicurezze mondane, è capace di vedere in ogni volto umano un’immagine di Dio e non un ostacolo ai propri diritti o interessi.

 

  1. La povertà evangelica si trasforma così in compassione, apertura, disarmo del cuore. È il primo passo verso una cultura della pace, perché chi è povero nello spirito non cerca il conflitto, ma la comunione; non si arrocca nel possesso, ma si apre al dono. In un mondo attraversato da guerre, tensioni e violenze — dalle terre martoriate del Medio Oriente all’Ucraina, dal grido della Terra ferita ai popoli dimenticati dell’Africa — la povertà evangelica diventa invocazione e impegno per la pace. Papa Francesco ci chiede instancabilmente di essere artigiani di pace, sentinelle di fraternità, costruttori di un mondo riconciliato. Non c’è pace senza giustizia, e non c’è giustizia senza la rinuncia a ogni forma di dominio.

 

  1. Infine, la povertà dello spirito si manifesta nel modo in cui la Chiesa guarda e si avvicina ai deboli, ai fragili, ai feriti della vita. Non per esercitare un potere, ma per servire, per chinarsi a lavare i piedi, per accompagnare nel silenzio e nella tenerezza. È questa l’immagine di una Chiesa povera per i poveri, che non impone ma propone, che non domina ma condivide. Una Chiesa che, nella povertà evangelica, riconosce il volto di Cristo in ogni escluso, e fa della pace il suo annuncio più credibile. Papa Francesco ci ha ricordato che la carne di Cristo, oggi, è la carne del povero, del migrante, del malato, del carcerato, del dimenticato. Una Chiesa veramente evangelica non può vergognarsi di questa carne; deve invece toccarla con tenerezza, ascoltarla con rispetto e servirla con amore.

 

  1. Ora che il suo pontificato si è concluso, restano vive e luminose le tracce del suo magistero, che continuano a parlare al cuore della Chiesa e del mondo intero. Tocca a noi non fermarci al “dito” che indica, ma fissare lo sguardo sulla “luna”, cercando di comprendere in profondità il messaggio che Papa Francesco ci ha trasmesso. Tocca a noi proseguire il cammino di una Chiesa che sa chinarsi per sollevare, che sa spogliarsi per essere trasparente, che sa tacere per ascoltare, che sa farsi povera per amare. Una Chiesa che crede che solo ciò che si dona rimane, e che solo chi perde la vita per Cristo, la trova davvero.

 

  1. Desideriamo raccogliere questa eredità, non come un semplice ricordo, ma come un impegno costante: quello di essere una Chiesa più vicina, più umile, più generosa. Vogliamo essere testimoni di una fede che si incarna nella realtà quotidiana, che si fa carne nelle persone che incontriamo, nei volti dei più poveri, degli ultimi, dei sofferenti. Continuare il cammino di Papa Francesco significa portare avanti con coraggio e determinazione una Chiesa che, nell’amore e nel servizio, trova la sua vera identità.

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