Vita Cristiana

Pubblicato il 27 Maggio 2025 | di Redazione

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Intervista a Romano Pelosi, Guardia Svizzera Pontificia

Romano Pelosi (28 anni) ha studiato Scienze politiche e Sociologia all’Università di Basilea. Nell’estate del 2024 ha svolto un tirocinio presso Radio Vaticana. Attualmente è iscritto al programma di Master in European Global Studies presso l’Istituto Europeo dell’Università di Basilea.

Parallelamente agli studi, lavora come Coordinatore di progetto nel settore Affari politici della Camera di Commercio di Basilea Campagna.

Dal 2017 al 2021 ha prestato servizio presso la Guardia Svizzera Pontificia, raggiungendo il grado di Vicecaporale.

È di origini italiane: i suoi nonni provengono dal Sud Italia. Attualmente vive a Basilea.

  1. Cosa ti ha spinto a entrare nella Guardia Svizzera Pontificia?
    Non volevo passare direttamente agli studi universitari dopo il liceo. Ho quindi prima svolto il servizio militare obbligatorio in Svizzera e poi ho cercato un’esperienza fuori dal comune per ampliare i miei orizzonti. Molti miei ex compagni di scuola hanno fatto soggiorni linguistici negli Stati Uniti o in Australia, ma a me sembrava troppo comodo e poco stimolante. Tramite un ex-guardia svizzera della mia parrocchia ho conosciuto meglio questa istituzione e ne sono rimasto subito affascinato: le uniformi, il Papa, l’ambiente vaticano. Mi sono quindi candidato immediatamente – e sono stato accettato.
  2. Come ricordi il tuo primo giorno di servizio in Vaticano?
    Ricordo ancora abbastanza bene i miei primi mesi in Vaticano. Per un giovane è una rottura totale: si lasciano improvvisamente famiglia, amici, tutto il proprio ambiente, e ci si deve inserire in una nuova cultura, con una lingua straniera. Bisogna anche abituarsi al contesto unico del Vaticano, dove si percepisce fin da subito un “soffio di eternità”.
    La cosa bella però è che si entra subito in contatto con i nuovi compagni, che diventano amici per la vita. La nostra formazione durava due mesi: inizialmente in Vaticano, dove ci venivano insegnate la geografia dei luoghi e il riconoscimento delle persone, insieme a un intenso corso di italiano. Ovviamente non mancava l’addestramento con l’alabarda.
    Poi seguiva un mese presso la Polizia cantonale ticinese, dove ricevevamo una formazione di tipo poliziesco: combattimento corpo a corpo, tiro, tattica, ma anche diritto e psicologia.
    Successivamente iniziavano i primi turni: secondo la tradizione, i nuovi arrivati svolgono il cosiddetto servizio di sentinella con alabarda agli ingressi principali – il Portone di Bronzo e l’Arco delle Campane. È davvero un mondo completamente nuovo, ricco di impressioni, volti e personalità.
  3. In quali occasioni hai avuto contatto diretto con Papa Francesco?
    All’inizio, da giovane guardia, lo vedevamo piuttosto raramente – ad esempio quando partecipava a ricevimenti ufficiali nel Palazzo Apostolico, oppure subito dopo il turno notturno a Casa Santa Marta. Questi ultimi momenti erano sempre speciali, perché ci si trovava molto vicini a lui e si poteva anche scambiare qualche parola.
    Più si prolungava il servizio nella Guardia, più aumentavano i contatti. Quando nel 2019 sono diventato sottufficiale, ero di servizio anche durante il giorno davanti alla sua porta a Santa Marta, dove lo vedevo quotidianamente – un privilegio unico.
    Molti di questi momenti si inserivano nella nostra routine giornaliera, estremamente scandita. Ed è proprio questo il paradosso: ciò che per noi era routine, era in realtà un privilegio straordinario. Quel salutare, stare in silenzio, essere presenti accanto a colui che rappresenta visibilmente il vertice della Chiesa universale – un’esperienza che non abbiamo mai dato per scontata, anche quando era parte del nostro quotidiano.
  4. Che impressione ti ha fatto Papa Francesco la prima volta che lo hai incontrato?
    La prima volta l’ho incontrato durante una delle occasioni menzionate sopra, in occasione di un ricevimento ufficiale nel Palazzo Apostolico. Poiché non risiedeva nel palazzo, doveva sempre “pendolare” tra Santa Marta e il Palazzo Apostolico. Ogni volta, una guardia in uniforme lo accoglieva davanti all’ascensore.
    Ero nervoso, non sapevo cosa aspettarmi e speravo di rivolgermi a lui correttamente (lo chiamavamo sempre “Santo Padre” o “Santità”). E poi è arrivato, con il suo tipico passo claudicante e un sorriso rassicurante. Mi ha dato la mano (noi indossavamo sempre i guanti bianchi quando lo incontravamo all’ascensore) e mi ha salutato. In quel momento si percepiva già la sua forte aura – quella di un pastore tranquillo ma empatico.
  5. C’è un aneddoto particolare o un momento che ti è rimasto nel cuore con lui?
    Ricordo una delle mie prime settimane di servizio. Dopo una lunga cerimonia, ho incontrato il Papa nel Cortile di Damaso del Palazzo Apostolico, all’uscita da una riunione con i cardinali. Ero da poche settimane nella Guardia, un po’ teso – pronto, come previsto, a far portare la sua auto. Ma Francesco fece solo un gesto con la mano, sorrise con dolcezza e disse: “Preferisco tornare a piedi.”
    Si voltò e si incamminò – da solo, mentre i cardinali salivano nelle loro limousine scure.
    Quella scena, semplice e quasi inosservata, sotto il cielo romano della sera, mi è rimasta impressa nella memoria. Non era un gesto simbolico né pensato per le telecamere – era semplicemente lui. Eppure, quel momento diceva più di mille parole, più di cento omelie.
    La vera vicinanza non ha bisogno di un convoglio. La vera autorità non ha bisogno di un autista. Un pastore è credibile quando percorre la stessa strada del suo gregge.
    Indimenticabile anche la visita di Donald Trump nella primavera del 2017: il suo convoglio blindato sembrava quasi schiacciare la minuscola Ford del Papa nel Cortile di Damaso. Mentre molti dipendenti vaticani si facevano fotografare davanti alla limousine “The Beast”, il cerimoniale pontificio si dispiegava nella sua piena forza: il rumoroso presidente repubblicano diventava improvvisamente silenzioso davanti all’uomo vestito di bianco. Una scena quasi paradossale: una dialettica tra potere mondano e autorità spirituale.
  6. Come descriveresti il suo modo di relazionarsi con le guardie e con chi lavora nel Vaticano?
    Papa Francesco si rapportava alle Guardie Svizzere e ai collaboratori in Vaticano con grande naturalezza, calore e sincero interesse. Era sempre presente – non distante, ma accessibile e umano.
    Con il suo modo semplice, i suoi discorsi spontanei e piccoli gesti – come un “Buongiorno”, si creava subito un’atmosfera familiare e di fiducia.
    Per lui il classico “Come va?” rivolto a una guardia non era una formalità, ma espressione di reale attenzione.
    La sua vicinanza non era di rappresentanza, ma profondamente vissuta – come quella di un padre spirituale che osserva e valorizza chi lo circonda.
  7. Com’è una giornata tipo per una Guardia Svizzera in Vaticano?
    Tutti i compiti di sicurezza e sorveglianza si svolgono secondo un ritmo di 24 ore. Significa che siamo in servizio giorno e notte. Il Corpo ha un organico previsto di 135 uomini, suddivisi in tre squadre, ciascuna guidata da un ufficiale e diversi sottufficiali. Due squadre si alternano nei turni di mattina, pomeriggio, sera e notte, mentre la terza squadra rimane libera – salvo celebrazioni straordinarie o udienze papali, o nel caso di corsi di aggiornamento e formazione interna.
    Può quindi capitare di rendere gli onori militari a un capo di Stato al mattino e controllare il flusso di persone all’ingresso di Sant’Anna nel pomeriggio.
    Il servizio segue un’agenda molto rigida, che si orienta quasi sempre sul calendario del Papa.
    Nel tempo libero possiamo riposarci, fare sport, esplorare Roma e l’Italia o dedicarci ai nostri interessi personali.
  8. Quali sono le responsabilità principali che hai avuto durante il tuo servizio?
    La Guardia Svizzera Pontificia ha cinque compiti principali: la protezione diretta del Papa e della sua residenza; il controllo degli ingressi alla Città del Vaticano; i servizi d’ordine e d’onore; l’accompagnamento del Papa durante i viaggi apostolici; e la protezione del Collegio cardinalizio durante la sede vacante e il conclave.
    Le mie responsabilità si orientavano su questi compiti fondamentali. A seconda dell’anzianità di servizio e della conoscenza della lingua italiana, si può accedere anche a servizi più delicati e impegnativi. Le guardie più esperte e meglio formate hanno anche la possibilità di accompagnare il Papa nei suoi viaggi all’estero.
  9. Ci sono stati momenti di tensione o situazioni difficili? Come le avete gestite?
    Negli ultimi anni i media hanno parlato di persone che hanno tentato di forzare gli ingressi del Vaticano. Personalmente non ho mai vissuto una situazione davvero critica. Più frequentemente – soprattutto agli ingressi – mi sono trovato ad affrontare persone con disturbi psichici che si rivolgevano a noi in modo irrazionale. Anche durante alcune udienze in Piazza San Pietro si sono verificati piccoli scontri.
    Siamo addestrati a gestire questo tipo di situazioni, ma serve sempre una valutazione caso per caso, mantenendo la calma ma restando vigili.
    La nostra formazione mira in generale a prepararci a diversi scenari di rischio e a reagire con il comportamento adeguato, che poi dobbiamo saper mettere in pratica all’occorrenza.

Aspetti spirituali e umani

  1. Il tuo servizio ha avuto un impatto sulla tua fede personale? Se sì, in che modo?
    Sì, il mio servizio nella Guardia Svizzera Pontificia ha avuto un impatto profondo sulla mia fede personale – soprattutto grazie alla vicinanza quotidiana a Papa Francesco. Averlo vissuto per anni nella quotidianità – nella preghiera, nel silenzio, ma anche nei momenti di stanchezza e fragilità umana – ha cambiato il mio modo di intendere la fede.
    Non era una spiritualità teorica, ma vissuta, che si esprimeva in piccoli gesti, semplici ma significativi.
    La sua autenticità, la sua fiducia in Dio e il suo modo umile e servizievole di vivere il ministero hanno rafforzato e approfondito il mio cammino di fede.
    Ho imparato che la fede non si vive tanto nell’eccezionalità, ma nel quotidiano – e che la vera santità si manifesta nella discrezione, nella vicinanza e nell’umanità.
  2. Hai mai sentito Papa Francesco come una guida spirituale anche nel privato?
    Sì, ho percepito Papa Francesco anche nel privato come una vera guida spirituale, un punto di riferimento – non attraverso grandi discorsi, ma con il suo atteggiamento, la sua presenza e il suo esempio.
    Mi ha colpito in particolare la sua forza silenziosa: nonostante il peso evidente del suo ruolo, non è mai apparso arrogante o distante.
    Al contrario, mi ha impressionato la sua umiltà, la profonda fiducia in Dio e la sua capacità di essere vicino alle persone anche nei piccoli gesti quotidiani. Questa spiritualità vissuta ha lasciato un segno profondo in me. È stato un modello che mi ha insegnato come si può esercitare un’autentica autorità spirituale senza ostentazione, ma con coerenza interiore. Molti dei suoi gesti – uno sguardo, una breve parola, un momento di silenzio – mi hanno toccato più di tante prediche. Quello che ho ricevuto da lui lo sento come un invito permanente a seguire il suo esempio di servizio e fiducia.
  3. Qual è il messaggio più forte che hai tratto dal suo pontificato?
    Il messaggio più forte che porto con me dal suo pontificato è che la vera grandezza sta nell’umiltà.
    Papa Francesco mi ha mostrato che l’autorità, nella Chiesa, non si fonda su distanza, potere o prestigio, ma sulla vicinanza, sulla semplicità e sul servizio.
    La sua scelta di vivere nella Casa Santa Marta, il suo modo di relazionarsi con i poveri, l’attenzione costante verso chi è ai margini – tutto questo ha reso credibile il suo messaggio.
    Mi ha insegnato che un pastore deve stare in mezzo al suo gregge e “avere l’odore delle pecore”.
    Per me questo non è stato solo un insegnamento astratto, ma una vera scuola di vita.
    Il suo pontificato ha segnato profondamente il mio cammino di fede e di vita, lasciandomi una direzione chiara: essere presente, come cristiano, lì dove c’è bisogno di vicinanza, aiuto e speranza.

Riflessioni post-servizio

  1. Come ti ha cambiato questa esperienza, una volta terminato il tuo incarico?
    Il servizio nella Guardia Svizzera è stato per me una scuola di vita unica – un’esperienza che, in questa forma, credo sia irripetibile. Certo, ci si può sviluppare anche attraverso una formazione accademica o professionale, ma il servizio in Guardia modella la persona in profondità.
    In un’età giovane e formativa ho interiorizzato valori fondamentali come senso di responsabilità, dovere, disciplina, lealtà, discrezione e umiltà – virtù che nella società odierna, sia nei rapporti umani che a livello sociale, stanno diventando sempre più rare.
    Questa esperienza ha lasciato un’impronta duratura non solo sul mio comportamento, ma anche sul mio carattere. Ancora oggi ne percepisco l’effetto – negli studi universitari, nel contesto lavorativo e nella vita quotidiana.
    Di particolare valore è stato anche l’apprendimento della sensibilità interculturale: nella Guardia si incontrano persone di origini, mentalità e lingue molto diverse. Ho imparato ad ascoltare oltre le differenze culturali, ad avere rispetto e a relazionarmi con apertura e delicatezza.
    Anche la vicinanza al Santo Padre mi ha profondamente colpito: il suo modo di rapportarsi alle persone con semplicità e attenzione mi ha insegnato come si può restare umani anche ricoprendo una grande responsabilità. Questo stile, unito a un solido fondamento valoriale, mi accompagna ancora oggi – non come un ricordo nostalgico, ma come una bussola interiore.
  2. Qual è l’insegnamento più grande che ti porti dietro da quegli anni?
    L’insegnamento più profondo che porto con me dal tempo trascorso nella Guardia è il valore del servizio – inteso non come dovere formale, ma come attitudine interiore.
    In un’epoca in cui molti cercano l’affermazione personale e la visibilità, a Roma ho imparato l’opposto: che la vera grandezza spesso si manifesta nel silenzio, nella costanza, nella presenza attenta. Servire, lì, significava essere presenti senza mettersi in mostra – giorno dopo giorno, con disciplina, lealtà e affidabilità.
    Questo spirito si riflette nel motto ufficiale della Guardia: Acriter et fideliter – con coraggio e fedeltà. Questo motto non descrive solo il nostro compito verso il Santo Padre, ma una vera filosofia di vita: assumersi responsabilità con coraggio e restare fedeli – alle persone, ai propri valori, e anche all’etica cristiana. Nella Guardia ho capito che questi valori non sono concetti astratti, ma si manifestano nella quotidianità – in un saluto mattutino, nel rispetto verso gli altri, nella pazienza silenziosa nei momenti meno visibili.
    Questo atteggiamento continua a guidarmi – come una bussola che mi orienta anche oggi, negli anni successivi al servizio.
  3. Se potessi parlare oggi con un giovane che vuole entrare nella Guardia Svizzera, cosa gli diresti?
    Gli direi: sappi che entrando nella Guardia Svizzera diventerai parte di qualcosa di molto più grande – un’istituzione con un peso storico profondo, situata al crocevia tra la Chiesa universale, la fede e la storia. Vivrai momenti che non saranno solo ufficialmente significativi, ma anche umanamente trasformativi – esperienze che ti accompagneranno per tutta la vita.
    Allo stesso tempo, nella Guardia sperimenterai qualcosa di raro oggi: una vera e profonda camaraderia. Il servizio condiviso, le sfide quotidiane, la vita comune creano legami che durano nel tempo. Per questo tra ex-guardie diciamo spesso – e non è solo una frase fatta, ma una convinzione autentica: Una volta guardia, sempre guardia.

a cura di Salvatore Burrometo

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"Insieme" esce col n° 0 l'8 dicembre del 1984. Da allora la redazione è stata la "casa di formazione" per tanti giovani che hanno collaborato con passione ed impegno.



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